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Lui, Gigi Riva sardo nato per caso a Leggiuno, primo della lista nella classifica che i  nostri lettori hanno stilato per indicare i dieci più “grandi” italiani degli ultimi cinquant’anni. D’acchito, la reazione è quella di chi non se l’aspettava: “Davvero? Incredibile, con tanti campioni ben più giovani, attuali e decisamente più pubblicizzati di me in televisione…”.

Poi, però, cede volentieri alla lusinga del trionfo: “Probabilmente ciò significa che la memoria storica ha ancora un senso e che gli appassionati di calcio non sono poi così distratti. Evidentemente una certa coerenza professionale e umana alla fine paga. E, sotto questo profilo, mi sento orgoglioso per le scelte che ho fatto nella mia vita di calciatore e di cittadino. Anzi di sardo. Perché sono certo che senza la Sardegna e la sua gente non sarebbe mai esistito Gigi Riva”.

Personalmente, la scelta popolare non mi meraviglia. Neppure se penso, immaginando di non sbagliare, che la maggioranza dei votanti abbia un’età anagrafica che non ha loro concesso la fortuna di veder giocare “dal vivo” il più forte campione dei tempi moderni. Ma, per rendere grazia al merito e al valore, talvolta non è necessario aver visto in presa diretta. Possono bastare il racconto e il passaparola insieme a qualche tremolante immagine da Film Luce in bianco e nero. Ai nostri nipoti abbiamo dovuto narrare e cantare per spiegare “chi erano mai i Beatles”. Idem per Gigi Riva. Anzi, ancora di più essendo la sua figura sovrapponibile a quella di un antico cavaliere senza macchia e senza paura, oltre i confini e fuori dal  tempo. A nessuno di noi è stato concesso il privilegio di conoscere Artù, Lancillotto e gli indomiti della Tavola Rotonda. A nessuno di noi verrebbe mai in mente di negare le loro leggendarie imprese. E il fatto che la persona e il personaggio Giggirriva da più di cinquant’anni viva “sottotraccia” in un’isola che si porta disegnata addosso contribuisce a rendere ancora più intrigante e suggestiva la storia.
Vanno e vengono le nuvole nel cielo. Bianche come il latte, soffici amiche, oppure nere come le piume del corvo ad anticipare la tempesta. Proprio come quelle descritte in musica da Fabrizio De Andrè. Le osserva Gigi e dice una cosa bellissima. “Le sue nuvole. Le mie nuvole. Soltanto nel cielo della Sardegna le puoi vedere così. Come le vedo io e come le vedeva lui, quel superbo poeta, le cui canzoni mi hanno accompagnato per tutta la vita e ancora continuano a farlo. Le conoscono i miei figli e anche i miei nipotini. Amo De Andrè, forse perché siamo simili. Ogni tanto salto in macchina e raggiungo il luogo dove lui era stato sequestrato e che poi ha comprato per costruire la fattoria dove, sicuramente, sarebbe venuto a vivere insieme a Dori se il cancro ai polmoni non l’avesse portato via. Lo stesso male che uccise mio padre e la mia mamma. Un pezzo di Sardegna nascosta e selvaggia nella quale rifugiarsi lasciando che il mondo vada avanti da sé con le sue miserie. Una pulsione che sento spesso anche io e che mi spinge a starmene per i fatti miei. Poi percepisco l’amore che la gente prova ancora per me. La gente di questa terra, intendo, e riemergo dal fondo. In maniera discreta, però. Il mio bar per la colazione, il mio ristorante Stella Marina per la mia zuppa di verdura, il green dove ogni tanto gioco a golf, il mio ufficio dove leggo i giornali. Niente calcio dal vivo. Le partite del Cagliari le registro e le guardo il giorno dopo”.

E quando Gigi Riva decide di “ricomparire” c’è sempre un motivo ben più che valido a monte. Quindici giorni fa, a Quartu. Luca Pusceddu, un ragazzino di dieci anni appassionato di pallone, era morto picchiando la testa mentre giocava nella squadra dei pulcini. Lo strazio di una comunità davanti alla bara bianca portata a spalle fuori dalla chiesa dopo la benedizione. C’è anche Gigi Riva tra coloro che vogliono dare l’ultima carezza a Luca. Abbraccia il padre della povera vittima, ringrazia tutti quelli che lo ringraziano per essere vento, si avvia con il passo ancora più stanco di quanto dovrebbero denunciare i suoi settantadue anni e riflette a voce alta: “Una tragedia insopportabile di quelle che non dovrebbero mai accadere. Un genitore non dovrebbe mai sopravvivere ai suoi figli”. Parole sacrosante. Ma è altrettanto vero che il destino non dovrebbe mai permettere ai genitori di lasciare da soli troppo presto i loro figli. E’ il nervo scoperto di Gigi Riva. Quello che continua a fargli sentire molto male, malgrado il trascorrere del tempo. “La vita mi ha dato tantissimo sotto molti punti di vista. Eppure io baratterei almeno il cinquanta per cento di quel che o ricevuto con la possibilità di vivere un’infanzia diversa da quella che, invece, ho trascorso”.

E’ il male oscuro del cavaliere senza macchia e senza paura. L’uomo e il campione che ha avuto il coraggio di dire no quando sarebbe stato per lui molto conveniente accettare una vita diversa da quella che si è disegnata addosso e dentro. Non al denaro: l’Avvocato Agnelli lo avrebbe ricoperto d’oro pur di averlo alla Juventus. Non all’amore: quello di una donna che, bruciata e consumata la passione, non è mai più stata sostituita. Non al cielo: due anni fa, giorno del suo settantesimo compleanno, ha rifiutato l’invito del parroco di Leggiuno perché non voleva negarsi agli amici cagliaritani che gli avevano preparato la festa. Proprio come il titolo del disco, in vinile e a trentatrè giri, che pubblicò De Andrè nel 1970 dopo lo storico scudetto del Cagliari e dopo i mitici mondiali messicani. L’epilogo lo mise, successivamente, Gigi Riva aggiungendo un “non al calcio”. Neppure quello da ambasciatore azzurro in una nazionale che non smetterà mai di rimpiangere la sua presenza. “Non volevo fare l’accompagnatore zoppo. Eppoi tante cose sono cambiate. Troppe cose. L’ultimo amico che ho lasciato a Coverciano è stato Cesare Prandelli. Un  bravo allenatore ma, soprattutto, un uomo buono. Ripeto. Non guardo più le partite. La fotografia simbolica del calcio di oggi è quella del giocatore che casca urlando, rimane per terra un’eternità e poi come se niente fisse riprende a correre più di prima. Si chiama finzione. Il calcio è altra cosa. Anche cadere però poi uscire in barella perché ti sei fatto male sul serio”. E lui, Giggiriva, ne sa qualcosa.