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Periodo di interviste per il tecnico della Roma Rudi Garcia, che per presentare la sua autobiografia ha parlato anche con l'Huffington Post. 'Il calcio per me è passione, è già un privilegio poter vivere di questo - ha dichiarato il francese -. Poi nella mia lista delle priorità viene la voglia di vincere e vincere titoli. Forse in uno sport individuale è diverso, chi gioca a tennis ha intorno una piccola squadra che lo assiste. Ma vincere con un collettivo ti procura una gioia indescrivibile. Ed è per questo che faccio l'allenatore, per vivere emozioni forti insieme agli altri. Non capita spesso, ma quando succede... All'inizio il mio lavoro era settanta per cento sul campo e trenta per cento gestione degli uomini. Adesso è tutto cambiato, c'è molta più pressione sui calciatori da parte dell'ambiente, dei media e dei social network. Io lavoro sulla qualità di un giocatore, perché se c’è bisogna mantenerla. Soprattutto se non è un ragazzo. Poi lavoro anche sui difetti. La psicologia? Ho fatto qualche corso con la Federazione, ma niente di specifico. La applico in modo naturale, col buon senso e la logica. Arrabbiarmi? Sì, certo che succede. Ma io sono così, misurato. Non mi piace l'euforia e non mi piace cadere nel pessimismo. A volte alzo anche la voce, è normale. Se sei sempre uguale c'è qualcosa che non va. Se urli troppo, dopo un po' quello che dici entra da una parte ed esce dall'altra. E se non urli mai, non va bene lo stesso. Quindi, se l'arrabbiatura arriva ogni tanto vale di più. La partita la vivo. Ognuno è libero di fare l'allenatore come vuole, ma io credo che da bordo campo si possa fare molto. Non capisco quelli che dicono: quando la partita comincia, non c'è più niente da fare. Perché non se ne vanno a bere un caffè a casa o a guardare la televisione nelle sale Vip?'.

'Io scelgo un progetto, per questo sono alla Roma - ha proseguito Garcia -. I proprietari americani ne vogliono fare uno dei più grandi club europei e hanno ragione. Quando sono arrivato mi sono tappato le orecchie, per non ascoltare i consigli degli altri. E anche gli occhi, per non guardare le partite del passato. Compresa quella finale di Coppa Italia. Per me è importante ciò che vedo e che voglio fare con la squadra. Quando si è così a terra non si può che risalire. L'unico segreto è stato concentrarmi sui giocatori e non sull'ambiente intorno. Fargli riacquistare il piacere del gioco. In fondo, noi allenatori e loro stiamo bene quando in campo le cose funzionano. E per farle funzionare bisogna andarci con gioia. Poi il resto viene quasi da solo. I giocatori prendono gusto ad allenarsi e a vincere giocando bene. Quando vedo una partita come quella che abbiamo vinto con l’Atalanta, sono sicuro che il mio piacere è stato anche il loro piacere. E tutto questo si trasferisce anche nel piacere dei tifosi. La città si goda il momento felice. Senza complessi di inferiorità nei confronti del Nord. Noi siamo la Capitale, siamo forti, abbiamo tante belle cose da vivere insieme. Ora che va tutto bene sembra una passeggiata. Non sarà sempre così. Questi eccessi li ho vissuti anche con i giocatori, all'inizio della stagione. L'ho già passata al Lille questa esperienza. Dopo che hai vinto il titolo, la gente si aspetta molto. Soprattutto quando giochi un bel calcio. Ma è così anche nella vita. Se ti abitui a mangiare sempre in un ristorante con le stelle, quando torni alla cantina è dura. Ma può succedere, è anche normale che succeda'. 
'Cosa attendersi dalla Roma? Di terminare questo campionato eccezionale al posto più alto, e dopo di giocarcela in Champions e lottare per lo scudetto, ma per farlo dovremo metterci intorno a un tavolo coi dirigenti e vedere cosa si può fare, soprattutto sul piano economico - ha precisato ancora Garcia -. Io sono ambizioso e a volte poco paziente, ma so anche che Roma non è stata fatta in un giorno. La città? La conoscevo. Sapevo quanto è bella. Adesso sto cominciando a scoprire la Roma dei romani, più che quella dei turisti. Quando sono diventato romanista? Dopo il derby. Quello è stato il clic. Se ne era parlato tanto prima, ma noi avevamo una sola cosa da fare: vincere la partita, cancellare il passato... Il mio futuro? Quando lavoro in un club lo faccio come fosse l'ultimo. Anche qui. Ma non dipende solo dall'allenatore, c'è un presidente e ci sono i risultati. Non sono caduto con l'ultima pioggia, come si dice in Francia. E verrà forse un giorno in cui, non per mia decisione, dovrò andarmene. Infatti, all'ingresso di casa tengo la valigia pronta. Ma sto benissimo a Roma e spero di vincere dei titoli qui. Anche se ci sono ancora quindici punti in ballo, sembra che non sarà per quest'anno. Ma è l'obiettivo per cui dobbiamo lavorare. Quella di sabato sarà una bella gara: la Fiorentina gioca bene, mi piace, ma mi piace di più la Roma'.

'Molti tifosi anche tra i politici? Lo trovo bello - ha concluso l'allenatore francese -. In Francia è lo stesso. Se è vero che il calcio è lo sport più popolare al mondo, significa che non è questione di classe sociale né di professione. Il calcio livella tutto. Riporta tutti sullo stesso piano. Io non faccio politica. Voto, perché è un diritto per il quale ha combattuto tanta gente e non ce lo dobbiamo dimenticare mai. Penso che nel calcio e in ogni lavoro sia sempre l'uomo a fare la differenza. Abbiamo bisogno di persone appassionate, che diano il meglio perché la vita diventi migliore per tutti, soprattutto in un momento come questo in cui la gente soffre. Il mix fra tifo e politica? E' tutto ancora più distorto dalla norma sulla cosiddetta discriminazione territoriale, che non esiste in nessun altro Paese. Se giochiamo in casa contro l'Inter, una delle partite più viste al mondo, e lo stadio è quasi vuoto, non è una buona pubblicità per il calcio italiano. La gente poi fa confusione, pensa che qui tutti i tifosi siano razzisti e invece non è così. Perché non seguiamo l'esempio di altri Paesi? Una volta era lo stesso in Inghilterra, ma ora si può andare allo stadio tranquillamente portando i bambini. Se hanno risolto il problema, vuol dire che si può fare. Se uno va allo stadio e non si comporta da sportivo penso che per il resto della vita non gli debba essere consentito di rimetterci piede. Le regole ci sono, vanno rispettate. Troppo denaro nel calcio? Non ho mai visto un giocatore che ruba i soldi che gli vengono dati da un presidente di club, ma ai giovani bisogna spiegare che tutto quello che si guadagna è frutto della fatica. La religione? Credo, ma non pratico. Credo nella qualità dell'uomo e ho fiducia totale nell'intelligenza, soprattutto in quella dei giovani'.