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Pier Paolo Pasolini è ricordato ancora oggi come uno dei rari uomini di cultura capaci di parlare di calcio con passione e competenza. E così, osservando le partite del campionato del mondo, e il tatticismo esasperato che ha frenato lo spettacolo nella fase a gironi, mi è tornato in mente un suo paradosso di tanti anni fa, con il quale sosteneva che il calcio dovrebbe essere tolto ai “competenti” e affidato agli “incompetenti”, cioè agli unici che possono dedicarsi a questo sport con l’animo dei poeti. Tesi suggestiva, ma perché ci è riaffiorata alla memoria proprio durante la celebrazione di un evento che testimonia invece il successo del calcio come sport ormai legato strettamente agli interessi industriali? Un po’ per le parole di Maradona (abile cesellatore, a suo tempo, di sublimi versi calcistici), un po’ per quello che potrebbe accadere nei prossimi giorni alla Roma. Maradona ha rivendicato l’esigenza dei “poeti” sui campi di gioco. Ha parlato di Totti e di Del Piero. Ha già celebrato Messi come il più grande dei giullari calcistici che strimpellano giocate liri che sugli odierni campi erbosi. Ha esaltato insomma la necessità di quei divini “incompetenti” di tattiche e di schemi che scombinano tutti i progetti e le previsioni dei “competenti”. Sono proprio gli “incompetenti” a far saltare qualsiasi strategia sapientemente studiata a tavolino con un’invenzione, una trovata, un capriccio. Ed esaltando la loro utilità, rivendicando la loro presenza, Ma­radona non ha fatto altro che rilanciare in termini tecnici il paradosso di Pasolini, mentre questo campionato del mondo, con la fase a eliminazione diretta e con le prodezze di Tevez, Higuain, Hernandez, Ozil e compagnia bella rappresenta una conferma dell’utilità dei para dossi.

Va bene, i poeti del gol, gli “incompetenti”, o i negatori di schemi troppo rigidi e ripetitivi, sono necessari alle favole del calcio, ma se dal campo si passa al le panchine o al governo di una società, il discorso si rovescia. E stavolta parliamo della Roma, che tra pochi giorni dovrebbe conoscere l’esito della vicenda che riguarda la proprietà. Il rischio che corre la squadra giallorossa è quello di passare nelle mani di nuovi padroni, finanziariamente senza problemi, ma calcisticamente “incompetenti”. E non è rischio da poco non solo per la Roma, ma per tutto il calcio italiano, in seno al quale la Roma rappresenta un valore di vertice. Il calcio è un’azienda atipica i cui bilanci rispettano regole che a volte irridono quelle matematiche. Nel calcio due più due non sempre fa quattro; a volte può fare cinque ed altre può fare tre. Alla guida di un’azienda dagli esiti produttivi così imprevedibili e capriccio si ci devono stare insomma autentici competenti, forgiati dall’esperienza, che è la sola competenza che conta. Sinora la Roma, pur nella disperante pochezza delle risorse, è stata gestita con passio ne e competenza, puntando non solo al la sopravvivenza, ma inseguendo la scia di miracoli sportivi apparsi sempre possibili. Oggi, come ieri, c’è più che mai bi sogno di “competenti” appassionati dietro la sua scrivania.