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Comincio a dubitare dell’intelligenza di Cristiano Ronaldo e del suo agente Jorge Mendes. Entrambi, per esempio, avrebbero dovuto sapere che, prima o poi, il calciatore sarebbe diventato ostaggio del suo contratto (dai 30 ai 33 milioni di euro netti la stagione) e che rinegoziare con club diversi da quelli inglesi sarebbe stato praticamente impossibile. Come entrambi dovrebbero capire che a 37 anni l’usura fisica cresce e la freschezza atletica cala. Non è questione di allenamento, di nutrizione, di sacrifici personali, di diete sofisticate. Il decadimento è inesorabile e, dunque, inevitabile ed incidere nel cuore delle partite diventa sempre più difficile. A maggior ragione se, come in questo periodo, Cristiano viene da una sosta prolungata (quella delle ferie) e con la sua squadra (il Manchester United) ha fatto tre o quattro giorni di preparazione.

Come dice il Vangelo, c’è un tempo per tutto. Ronaldo, esattamente come Ibrahimovic, ha finito di essere un fuoriclasse almeno da un anno e non può nemmeno riciclarsi come totem, al pari dello svedese, che sta raccontando a tutti la favola metropolitana di quanto lui sia un uomo spogliatoio. Per me - l’ho già scritto su Calciomercato.com - Ibrahimovic non lo è e meglio avrebbe fatto, a 40 anni suonati, a ritirarsi. Ma almeno, dalla sua, lo svedese ha un merito: si è ridotto il contratto da nove milioni ad un milione e mezzo, accettando una serie di bonus legati alle presenze e ai gol. In pratica al rendimento. Dire che si è rimesso in discussione forse è troppo, ma di certo ha accettato la sfida contro il tempo. Ronaldo, al contrario, non solo non si taglia lo stipendio, ma pretende di trovare una squadra che, oltre che pagarlo come pochi altri al mondo, giochi anche la Champions League, ovvero la massima competizione internazionale. E pazienza se - come ha scritto opportunamente Pippo Russo in un’analisi magistrale quanto impietosa del portoghese - anche lui, con lo United, ha fallito la qualificazione nei primi quattro posti nella Premier.
Da molti anni hanno ragione i sostenitori della teoria, secondo la quale, Ronaldo è un individualista che partecipa, ma non condivide, un gioco collettivo. Tuttavia anche i compagni, per piaggeria, e la critica, per incompetenza, hanno incoraggiato la narrativa di un calciatore che, da solo, garantiva l’1-0 in tutte le partite, quindi una vittoria probabile, se non certa. Ovviamente questo non è vero o non è più vero. E, ove mai l’assunto avesse contenuto un barlume di verità, quante volte e in quante partite Ronaldo è risultato decisivo in senso negativo e, dunque, contrario? Quante volte, per esempio, i compagni hanno reclamato un passaggio che avrebbe consentito di blindare un risultato e quel passaggio non è mai arrivato per egoismo e presunzione? E quante punizioni ha calciato, in Italia, prima che una, casualmente e miracolosamente, si insaccasse alle spalle di Sirigu, portiere del Torino.

Oggi che la doppia finta non funziona più, lo scatto è blando, il tiro è debole, l’avversario prevale, il compagno è meno disponibile a subire le sue soperchierie individuali, Ronaldo è diventato uno come tanti. Certo con una storia di grandezza assoluta, ma ormai impossibile da prorogare per sé e per gli altri. Forse, come Messi, avrebbe dovuto cercarsi un finale di carriera più a misura di sfioritura. L’argentino, anche se controvoglia, è finito al Paris Saint-Germain, coperto di soldi (anche se non quanti Mbappé, la nuova e vera stella), ma in un campionato di seconda schiera. L’anno scorso non ha brillato nemmeno in Ligue 1, figurarsi in Champions. Ma quest’anno è partito meglio e, forse, ancora qualche bagliore riuscirà a mandarlo. Tuttavia è alla fine anche lui e ogni altra proiezione futura, oltre che illusoria, è falsa.