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Il Milan è arrivato alla quarta proprietà nel giro di 5 anni, un piccolo record, un unicum nell’ultracentenaria cronologia del club che con questa consecutività si è avvicinato ai 6 presidenti in 7 anni del tormentato periodo a cavallo degli anni 70/80 in cui si conquistò la prima stella, ma si toccarono anche i punti più bassi della gloriosa storia rossonera. Ovviamente questo calcio e questi fatturati sono molto molto diversi da quelli del periodo citato e quindi il paragone regge solo sugli almanacchi, non certo per le dimensioni della società o gli sviluppi del prossimo futuro.

Detto ciò, nelle 4 proprietà che si sono succedute in questi 5 anni non possiamo fare a meno di riscontrare alcune evidenti analogie che tracciano sorta di fil rouge ad accompagnare queste continue metamorfosi. Trasformazioni che spesso assomigliano a un continuo maquillage, dato che si fanno fatica a trovare tanti punti di discontinuità tra un proprietario e l’altro. Gli elementi frappant e i decisi riassetti del management sono una costante nei cambi di proprietà di qualsiasi azienda, soprattutto in quelle del calcio. Ce lo insegnò Berlusconi che quando assunse da Farina la guida del club rase al suolo il pre-esistente CDA e la precedente dirigenza, incluso un monumento milanista come Gianni Rivera. Questo processo, nei continui cambi di proprietà del Milan degli ultimi anni, non è mai avvenuto. O sicuramente non in maniera decisa e radicale. Né in ambito amministrativo né in ambito di azionariato. E nemmeno a livello finanziario. Gli esempi sono evidenti: Scaroni faceva parte del CDA del Milan “cinese”, poi è diventato presidente del Milan di Elliott e con ogni probabilità lo sarà del Milan di Redbird. Elliott esprimeva rappresentanti nel Consiglio di Amministrazione del Milan “cinese”, ovviamente reggeva il Cda del Milan firmato Singer e sarà presente nel Milan di Cardinale.

Anche a livello di azionariato non mancano gli elementi di “continuità”: il più evidente è costituito dalla presenza della società-veicolo Blue Sky che collaborava con la Sino Europe, poi ebbe un ruolo determinante nel pacchetto azionario lussemburghese del Milan di Yonghong Li e fu ancora più importante la sua presenza nel Milan di Elliott nel quale D’Avanzo era stato inserito addirittura nel Cda. La cosa sorprendente è che Blue Sky manterrà delle quote anche nel Milan di Redbird, sempre con società iscritta nel registro del Granducato.
A livello finanziario poi si delinea il fil rouge più “rouge” di tutti, anzi si potrebbe dire “rouge et noir” per citare Stendhal. Il fondo Elliott aveva prestato i soldi a Yonghong Li nel 2017, poi li ha prestati al “suo” Milan dal 2018 al 2022 e adesso li presterà a Redbird per i prossimi anni. O almeno fino al prossimo cambio di proprietà. In pratica in tutte queste trasformazioni, dopo Berlusconi, i soldi li ha messi, anzi li ha “rimessi” sempre Elliott. Eh si, perché Gazidis e company possono venderci come vogliono gli eccezionali progressi di bilancio, ma la realtà è che il Milan, come la maggior parte delle società calcistiche italiane, non produce utili, ma solo passivi in bilancio. Di certo è meglio avere “Rossi” di 50 milioni come nell’esercizio che sta per concludersi, piuttosto che 200 come due anni fa. Ma sempre di perdite si tratta. Ed è proprio per questo motivo che se sembrava anomala la valutazione di 740 milioni nel passaggio del Milan da Fininvest a Yonghong Li, sembra ancora più strana la quotazione complessiva di 1.2 miliardi nel signing appena avvenuto tra Elliott e Cardinale. Considerando che l’ultimo bilancio dell’era Berlusconi generava un fatturato di 236 milioni annui, mentre quello dell’esercizio 2021/22 si aggira sui 300. Con rossi che sono passati dai 74 milioni del 2017 ai circa 50 di quest’anno. Insomma differenze che, numeri alla mano, non giustificherebbero una crescita simile nella valutazione complessiva dell’asset. Ma nella finanza e nel calcio tutto può essere. E allora, ancora una volta aspettiamo di vedere sul campo come questa nuova proprietà gestirà il futuro della nostra gloriosa squadra.

Teniamo in fondo l’elemento di continuità più vistoso che non ha mai abbandonato il Milan in tutti questi cambi di proprietà e si tratta di quello che i tifosi si ostinano a non voler considerare. Si tratta ovviamente dell’incredibile propaganda preventiva. E non mi riferiscono agli house organ, i quali svolgono legittimamente ed egregiamente il loro lavoro, bensì alla stampa teoricamente “indipendente”. Quella che nel 2016 credeva a Berlusconi che diceva: “Lascerò il Milan in buone mani”, quella che credeva a Yonghong quando affermava: “Riporteremo il Milan in cima al mondo”, quella che assicurava che Elliott non sarebbe stato un proprietario transitorio e che avrebbe costruito il nuovo stadio, quella che è già sicura che Cardinale e il suo fondo investiranno nel Milan a profusione. Non fidatevi di loro e non fidatevi nemmeno di me, ma fidatevi di Maldini, l’unico che ha avuto la coerenza di volerci sempre vedere chiaro in tutti queste metamorfosi societarie. E che, merito non da poco, in tutto questo trambusto ci ha portato uno scudetto che assomiglia tanto a quello della “stella”. Fidatevi di Maldini, non di chi sarebbe capace di negare che Natale cade il 25 dicembre.