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Con buona pace di chi sognava la terza Fatal Verona della storia rossonera, la narrazione di questo campionato sembra aver vissuto la sua svolta decisiva nella Fatal Bologna, stavolta a tinte nerazzurre. Vincendo il “recupero della discordia” in casa rossoblu l’Inter si sarebbe di fatto ricamata sul petto la sua seconda stella e invece i tifosi interisti pare proprio che debbano accettare che siano i cugini a scucire dal loro petto non solo lo scudetto vinto un anno fa, ma anche il simbolo della seconda decina tricolore. A Verona, gli uomini di Pioli hanno dimostrato ancora una volta di saper essere più “squadra” di tutti. Quest’anno il Milan ha affrontato mille peripezie, sotto forma di infortuni a catena ed errori arbitrali profusione, ma Pioli non ha mai fatto drammi. E non ha mai cercato alibi. Questa è stata la grande forza della “squadra”.

Questa forza in campo si è tradotta sotto forma di gioco. Le trame offensive viste a Verona, le triangolazioni in velocità, la pregevole fattura dei 3 gol dimostrano come il Milan non sia composto da grandi campioni, ma come riesca ad avere un eccezionale gioco collettivo. Il miglior marcatore stagionale del Milan al momento è Leao, eccellente funambolo di fascia ma non certo un goleador. Il secondo miglior marcatore è Ibra, con tanti acciacchi, poche partite, a 40 anni suonati. Infatti i rossoneri sono in testa alla classifica senza avere né il miglior attacco né la miglior difesa. Per arrivare a questo primato i gol li hanno segnati tutti, pochi ma tutti. A Verona ha costruito Leao e ha segnato Tonali, già decisivo all’Olimpico al 93esimo. Ma le azioni con cui i rossoneri arrivavano dalle parti di Montipò erano l’espressione di un’eccellente manovra collettiva.

Indipendentemente dagli interpreti. Ho visto triangolazioni in velocità Calabria-Tonali-Calabria oppure Florenzi-Messias-Florenzi, ho visto ribaltamenti di fronte orchestrati da Saelemakers e Tomori. Ho visto un gioco collettivo che ha fatto sembrare campioni giocatori che campioni non sono. Ed è grazie a quel gioco e a quello spirito di squadra che il Milan ha superato i momenti di grande emergenza e le fasi del campionato di grande difficoltà. Dopo la vittoria di Verona, Pioli ha ricordato da dove è partito questo Milan, cioè dall’umiliante cinquina incassata a Bergamo prima del Natale 2019. Era un Milan ed è un Milan che non poteva uscire dalla crisi comprando grandi campioni. Ne ha preso uno solo, sul viale del tramonto già imboccato e attorno a lui ha costruito una squadra, prima in sede e poi a Milanello, ha ricostruito una mentalità e grazie a quella mentalità ha riannodato i fili della storia. Una mentalità che ha riacceso l’attaccamento alla maglia e la cultura del lavoro. E in questo humus ha creato le condizioni migliori affinchè alcuni giovani buoni giocatori potessero diventare calciatori vincenti, magari non campioni ma vincenti. È questo quello che si deve fare con i giovani.
I due uomini decisivi a Verona sono la più alta dimostrazione di questo percorso evolutivo fortemente voluto da Boban e Maldini e poi portato avanti da Maldini, Massara, Pioli e Ibra. Un giocatore con le potenzialità di Leao andava aspettato, coltivato, corretto e valorizzato. Per lunghi tratti di questo campionato l’ex portoghese svogliato e ciondolante è stato assolutamente  inarrestabile per tutte le difese avversarie. E Verona è stata solo l’ultima dimostrazione. In 3 anni da riserva di un Milan di metà classifica è diventato uomo-mercato per le squadre che puntano a vincere la Champions League. Tonali, che da ex bresciano si è regalato proprio a Verona il suo compleanno più bello, ha vissuto un’esperienza analoga. Il suo primo anno al Milan ha visto più ombre che luci, ma era normale per un ragazzo classe 2000. E gli è bastata solo una stagione di apprendistato per diventare uno dei migliori centrocampisti del campionato. Di esempi così potremmo farne per tutti i componenti della rosa, una rosa che, lo ribadiamo non ha nessun campione, ma che ha dimostrato ancora una volta che spesso o quasi sempre nel calcio vince chi gioca di squadra. Una lezione severa che il Milan aveva dimenticato 10 anni fa, quando vide sfumare il 19esimo scudetto davanti alla Juve di Conte. Proprio quel 19esimo scudetto che potrebbe vincere già domenica contro l’Atalanta.

Proprio quell’Atalanta che diede traumaticamente il via alla rinascita rossonera. In questo percorso virtuoso il ruolo da protagonista lo ha recitato Ibra. Lo stesso Ibra che nello scudetto perso nel 2012 aveva contribuito alle lotte interne allo spogliatoio (figlie di quelle in società) e che nel 2019 è tornato per “fare squadra” dentro e fuori dal campo. Ed è bello che sia proprio lui a ricucire la storia e a restituire al Milan quello scudetto smarrito 10 anni fa, uno scudetto che “ha fatto un giro immenso e sta ritornando”. Nel 22. A Verona, con la doppietta del fresco 22enne Tonali. Chiudo con una mia sensazione: tutti sono convinti che Ibra smetterà alla fine di quest’anno, io dico invece che, a campionato finito, soprattutto se dovesse andare tutto per il verso giusto, è già pronto il prolungamento per un’altra stagione. Se lo merita. Perché due anni fa era l’unico a sognare il traguardo che si sta per raggiungere.