307
Che sia stato il famoso “braccino” o l’eccessiva sicurezza di vincere poco importa. Quella contro il Cagliari, salvatosi nel pomeriggio grazie al pari del Benevento, doveva essere una festa annunciata e invece si è trasformata in una notte da incubo. Il “blocco” del Milan a un passo dal sospirato traguardo Champions ha molteplici ragioni tecniche, tattiche e psicologiche, ma ha una sola chiave di lettura: i rossoneri sono una squadra “discreta” che quest’anno ha giocato da “grande”. In partite che decidono una stagione come quella contro il Cagliari vengono fuori le grandi individualità, i grandi leader, i punti di riferimento. Quando la squadra ha le gambe bloccate e non riesce a fare il gol risolutivo in una partita troppo facile che improvvisamente diventa difficile serve qualcuno che prenda i compagni per mano.

Partite come quella contro il Cagliari, in cui la posta in palio è altissima, si vincono se ci sono giocatori che hanno qualità, personalità e abitudine a giocarle. Insomma, il loop mentale nel quale piombava il Milan minuto dopo minuto continuando a sbattere sul muro eretto da Semplici, poteva essere infranto solo da giocatori di qualità superiore. Fuoriclasse o campioni, chiamateli come volete. Quelli che ti tirano fuori dalle difficoltà nelle partite complicate. Tatticamente e psicologicamente. Giocatori di caratura superiore alla media. In tutta la rosa il Milan ne ha solo due: il portiere e il centravanti. Lo ripetiamo da inizio stagione. Non è un caso che proprio Donnarumma sia stato l’unico a non sbagliare la partita contro il Cagliari e a tenere viva la speranza fino al 95esimo con due parate miracolose. Purtroppo l’altro fuoriclasse del Milan era in panchina, ma senza tuta, in borghese, a seguire malinconicamente l’incubo dei suoi compagni.

E questo è l’unico grande limite di Ibrahimovic che in tutto il campionato ha giocato metà delle partite e che, nel girone di ritorno, ha fornito alla squadra un contributo a dir poco irrisorio. Non si può ragionare con il senno del poi, ma la sensazione diffusa è che con Ibra in campo prima o poi il muro cagliaritano sarebbe crollato. Con le buone o con le cattive. Non a caso la gara di andata contro i sardi l’aveva risolta lui con una splendida doppietta. Ma purtroppo Ibra ha quasi 40 anni ed è fisiologico che salti metà delle partite. È normale che non riesca ad andare all’Europeo. É lecito ipotizzare che l’anno prossimo possa dare un contributo ancora inferiore alla squadra. Non è invece logico pensare che sia un semidio in grado di giocare 50 partite all’anno fino a 50 anni e non è logico rinnovargli il contratto a 7 milioni prima di tutti gli altri. Senza avere la certezza di andare in Champions. Una certezza che sembrava tale fino a poche ore fa e che adesso si è sgretolata. Pioli è chiamato all’ultimo miracolo stagionale, quello di battere l’Atalanta per raggiungere l’obiettivo.

Il tecnico era stato elogiato per le sue mosse tattiche contro la Juve e giustamente deve essere criticato per alcune scelte sbagliate contro il Cagliari. Sicuramente per invertire l’inerzia di una partita storta Meité e Castillejo non sono stati i cambi più azzeccati, ma la verità è che Pioli in panchina non ha l’imbarazzo della scelta. E non c’è scritto da nessuna parte che la controfigura del Mandzukic di Bayern e Juve avrebbe risolto la gara. Anzi. La morale è chiara: con questa rosa a disposizione Pioli ha già fatto tanto ad arrivare a giocarsi la Champions all’ultima giornata. Se dovesse centrarla a Bergamo farebbe una grande impresa. Ma non si può certo pensare che l’anno prossimo sia sufficiente questo organico per competere ad alti livelli. A partire da un centravanti di 40 anni sempre infortunato.