Per la prima volta in vita mia, ho pensato che un giocatore potesse essere veramente dispiaciuto di aver segnato alla sua ex squadra. A me, le sceneggiate sul genere “non esulto perchè vi voglio bene” fanno accapponare la pelle. Le detesto. Mi è capitato di assistere a mediocri pedalatori in grado di prendersi la scena per uno straccio di gol segnato a una squadra nella quale avevano militato per pochi mesi. E ho visto giocatori dare in pasto ai tifosi il bacio alla maglia dopo poche partite con quella stessa maglia. Una roba tristissima.

Ho sempre pensato che il gol sia l'Atlantide del pallone. Un mondo sconosciuto da scoprire ogni volta. E ogni volta bello da lasciare stupiti, vivendo l'illusione di aver compreso la felicità, anche solo per un istante. E il gol, secondo me, va celebrato sempre. Sempre. Con l'urlo animale, le braccia al cielo e mille invenzioni per esultare. Anche se segni alla tua ex squadra. Se non lo fai, sei un ipocrita. Come quei tennisti che chiedono scusa quando prendono il net e fanno punto, alzando la racchetta e fingendosi dispiaciuti. Quando mai ci si può dispiacere per aver preso un quindici o aver gonfiato la rete avversaria? Io almeno la vedo così.

Per la prima volta però, quando ho visto Momo Salah metterla dentro e giungere le mani in segno di preghiera con quella sua faccia da bambino con la barba, ho pensato che Atlantide stavolta non c'era. Che quel ragazzo così educato, schivo, religioso e particolare s'è dispiaciuto sul serio, anche solo per qualche istante. Forse perchè quel modo superficialmente gioioso ma intimamente sofferto di essere romanisti, nelle sue stagioni vissute qui gli deve esser finito sotto pelle.

Deve aver capito, Momo, quanto la sofferenza del non vincere (quasi) mai sia compagna di viaggio che, però, non ruba mai la scena alla gioia di essere romanisti. Salah non ha giunto le mani per la semplice militanza da ex. Salah, ragazzo profondo e meditativo, deve aver compreso quanto da queste parti si aspettava una cosa così. Una cosa mai vista prima che non è neanche lontanamente paragonabile all'inflazionata notte del 1984. E il motivo è semplice: quella Roma lì, quella di Ago, Falcao, Brunetto e il Bomber, era una Roma di livello mondiale e la finale di Coppa dei Campioni una diretta conseguenza. Un po' come il diritto al trono per discendenza reale.

Questa Roma no. Questa Roma ha creato un qualcosa che va oltre la gioia di Atlantide e del gol. Questa Roma ha reso possibile l'impossibile. Ha costruito qualcosa sul nulla, dal punto di vista dell'ambizione, e lo ha fatto non con una squadra di livello mondiale. Tutt'altro.

L'ha fatto con un allenatore giovane ma capace e coraggioso. Senza un terzino destro di ruolo e uno sinistro che boccheggia da mesi. L'ha fatto con un solo uomo capace di far gol, o quasi. E giovani che essendo giovani possono perdersi in notti come quelle di Anfield. L'ha fatto con tutto quello che aveva opponendosi a mostri mitologici del pallone, dal Chelsea al Barça.

E, nonostante tutto, nonostante l'onda Reds che l'ha spazzato via, questo squinternato ma fantastico drappello, non è ancora morto. Ha rialzato la testa nel finale, proprio quando l'amico di un tempo s'è tolto di mezzo. Ha ricreato le condizioni per un'altra notte che non succede, ma se succede. Una notte impossibile, sia chiaro, ma così vicino al concetto di speranza dal farti palpitare ancora.