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Francamente, il derby di ieri non mi ha lasciato alcun tipo di sapore in bocca. Anzi, probabilmente è stato la galletta di riso dei derby della Lanterna. Avete presente quel cibo orrendo, che lo mastichi e sembra di addentare un pezzo di scatola da scarpe? Uguale e identico. Sgranocchiare il disco di cartone che alcuni chiamano ‘cracker’  ti leva la fame, per carità, è dannatamente efficace se vuoi saziarti senza ingurgitare calorie, ma i gusti e i profumi sono un’altra cosa. Ecco, sì, questo derby credo di poterlo paragonare tranquillamente ad una galletta di riso. Hai preso un punto che è ottimo per mantenere la media e per la corsa salvezza, anche perché concludere un simile filotto di partite con dieci punti andava oltre i miei sogni più sfrenati, non hai accusato un eventuale crollo, capace magari di far affiorare insicurezze (mai sottovalutare il peso del derby) e soprattutto hai fatto in modo che amici e colleghi non potessero menartelo. Tutto benissimo, ma i sapori del derby io onestamente non li ho sentiti. 

Penso che una componente fondamentale in tal senso sia stata la totale assenza di tifosi allo stadio e per strada. Una cornice del genere gli aromi te li spazza via tutti, e attenua non solo la tensione pre derby, ma pure quella che provi durante la partita. Ieri ero al Ferraris, e i giochi di luce o i toni trionfalistici dello speaker alla lettura delle formazioni, in grado di gasare non poco tifosi e giocatori in condizioni normali, personalmente mi hanno messo solo una gran tristezza e nostalgia. Aggiungeteci poi una stracittadina piuttosto brutta sul piano del gioco, come da tradizione, e capirete perché quella di ieri per me è stata la galletta di riso dei derby della Lanterna.

Per quanto riguarda la partita a livello strettamente tecnico, mi pare evidente che la Sampdoria di Ranieri sia una squadra estremamente abile a giocare di rimessa e ripartenza, approfittando degli spazi lunghi e dei buchi lasciati da un’avversaria intenta ad attaccare, o comunque disposta a giocare a viso aperto, senza eccessivi calcoli. In questo fondamentale il tecnico blucerchiato è uno dei più bravi in Italia, la prova l’hai avuta a Bergamo e la giornata prima con la Lazio. Quando si tratta di organizzare la manovra e di palleggiare invece, la Samp va un po’ più in difficoltà. Ci sta, ogni squadra ha il suo DNA, nel codice genetico doriano non c’è scritto di fare la partita, ma piuttosto attendere e colpire con rapidità e cinismo. E’ un sistema che ha i suoi pro, ad esempio ti porta sicuramente più vittorie di prestigio, ma presenta anche alcuni contro, tipo la fatica dannata che fai nei derby. 

Giocare contro il Genoa ieri non era semplice, tutt’altro. La formazione di Maran difendeva con quattro giocatori stabilmente inchiodati sulla linea difensiva, tre mediani di contenimento e due trequartisti che in realtà si dannavano l’anima per sporcare il primo possesso in uscita dei blucerchiati e per aggredire istantaneamente Ekdal ogni volta che la palla transitava nella zona del regista scandivano. Le linee tra difesa e centrocampo del Grifone rimanevano sì e no a quattro-cinque metri di distanza, rendendo praticamente impossibile la vita a Quagliarella e Ramirez per vie centrali. A proposito di Ramirez, spendiamo due parole sull’uruguaiano. Non ha disputato una gran partita, tutt’altro. Però vi garantisco che la marcatura e il pressing ai suoi danni sono stati scientifici e martellanti. Il Genoa era terribilmente preoccupato di contenere il numero 11 blucerchiato, presumo in seguito a precise raccomandazioni fatte dal suo allenatore. Per quasi tutta la gara si è sentito distintamente Perin chiamare la marcatura sul fantasista doriano, praticamente a uomo. E’ stato costantemente raddoppiato, se non triplicato, quando entrava in possesso di palla. Metteteci un po’ di nervosismo, magari qualche distrazione extra campo, e il brutto derby è servito. Ma pensare di poter fare a meno di questo giocatore, per me, è follia. 
Ovviamente, tutta questa attenzione nel creare un imbuto di centrocampo ha liberato di conseguenza spazio sulle corsie. Ne ha approfittato alla grande Jankto, che quando gioca sull’altra fascia è un giocatore completamente diverso. E’ quasi un peccato pensare che adesso dovrà ritornare a sinistra, ammesso che Damsgaard ceda la maglia: di ciò non ne sono poi così sicuro. Ieri il danese non ha offerto la sua miglior partita in blucerchiato, ma le qualità si sono già viste, eccome. Dispiace solo per l’assenza di Candreva. Con un Genoa così attento a imbottigliare la manovra al centro, credo che l’esterno ex Inter avrebbe potuto fare sfracelli. Il salto di qualità al momento del suo ingresso sul terreno di gioco è stato palese e evidente. A differenza di Keita, che mi ha dato un po’ l'idea di essere ossessionato dalla ricerca del gol, Candreva fa quasi sempre la cosa giusta, o meglio, la più utile, al momento giusto. Peraltro nel secondo tempo, con l’inserimento di Silva, Keita, Verre e dello stesso Candreva, il tasso tecnico della squadra si è impennato di molto, tanto è vero che il Genoa ha sofferto per lunghi tratti di partita. Il rovescio della medaglia sono stati alcuni leziosismi e ghirigori francamente esagerati, ad esempio colpi di tacco evitabili o assortiti tentativi di giocata fine a sé stessa. Contro il Genoa, in un derby, te lo puoi permettere sul 3-0, di certo non sull’1-1, quando serve grinta e sangue agli occhi. 

La squadra rossoblù non mi ha affatto impressionato per individualità, tolto Scamacca là davanti (ha fisico e tecnica, di testa le ha prese tutte fino a quando è rimasto in campo, sia sui centrali blucerchiati che sul povero Thorsby), e Rovella in mezzo al campo. Ma le individualità e le giocate alla fine in un Sampdoria-Genoa contano relativamente. Si è visto per l’ennesima volta ieri, in un derby magari importante, giocato persino con convinzione dalle due formazioni, ma per quanto mi riguarda tremendamente insipido. Il punto per uno, alla fine, sazia tutti, ma in bocca non lascia nessun gusto, né a noi né agli avversari. Proprio come una galletta di riso.

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