L’Olimpico di sicuro non è uno stadio banale. Se vogliamo è un campo maledetto, un po’ tipo Cagliari per intenderci, ma di certo non è scontato. All'impianto di Roma sono legati alcuni dei momenti emotivamente più forti del mio recente passato calcistico. Nel corso degli anni, in casa della Lazio, ho attraversato dal vivo e in prima persona la delusione cocente della maledetta finale di Coppa Italia, con annesso atroce rientro in pullman (seguito da lezione alle 9 della mattina successiva, un incubo), ma pure una serata incredibile e folle, quella del gol di tacco di Saponara al centomillesimo minuto, in un 8 dicembre impossibile da scordare. Grazie Davide per avermi trascinato lì, quel convegno non poteva capitare in circostanze migliori.

All’Olimpico abbiamo vissuto emozioni intense, in positivo o negativo, ma il sortilegio che lo ammanta è innegabile. Possibile non si riesca mai, MAI, a battere la Lazio a casa sua? Possibile, sì. Servono un po’ di incastri. Un’avversaria più forte del Doria da parecchi anni a questa parte, un po’ di sfortuna e una Samp di suo pallida in trasferta sono una buona base di partenza. La gara di ieri non sfugge a questa casistica, ma con un plus importante. Se l’arbitro Massa dirige l’incontro in un certo modo, condiziona la partita. Il rigore non dato per un fallo su Quagliarella, solare da qualunque fermo immagine, è una bestemmia, ma a far arrabbiare i tifosi doriani è stata tutta la conduzione del fischietto ligure. Qualcuno storce il naso pure per le dichiarazioni post gara di Ranieri. Io, per esempio. Capisco l’aplomb, l’aura da Sir del calcio, apprezzo il tentativo di smorzare i toni e attribuire le proprie responsabilità ai giocatori, ma non comprendo l’utilità di non sollevare mai neppure la minima obiezione, neppure di fronte ad un arbitraggio del genere. Quantomeno per una questione di onestà intellettuale. E’ già la seconda volta in stagione, alla lunga diventa persino stucchevole.

A proposito di dichiarazioni e di Sir Claudio, in settimana l’allenatore, senza possibilità di contraddittorio, ha tacciato di poca onestà ‘chi critica’. Concetto poi ribadito ieri. Il tecnico doriano ha tutto il diritto di farlo, eppure, da persona intelligente, qualcosa deve aver recepito. Un esempio? Nella famosa dichiarazione di giovedì aveva puntato il dito contro i detrattori del 4-4-2, in questi termini: “Viene criticato il nostro 4-4-2. Poi mi guardo intorno e vedo che il Porto ha sconfitto la Juventus con il 4-4-2, perfetto. L'Atletico Madrid è primo nella Liga con il 4-4-2, perfetto. Che il Tottenham fa il 4-4-2, perfetto. E allora perché giudicare male la Samp se fa il 4-4-2 o il 4-4-1-1? Mi lasciano perplesso queste critiche ma per il gusto dell'onestà. Perché ormai a 69 anni passo oltre le critiche, ma di fronte allo spirito di verità…”. Eppure a Roma, in antitesi con quanto sopra, il tecnico in avvio ha disconosciuto il 4-4-2, sistemando la formazione a specchio rispetto alla Lazio. Due punte, un trequartista, difesa a tre e tentativo di spavalderia. Ne sono ben felice, rivedere le proprie convinzioni è sintomo di intelligenza, ma evidentemente allora non tutte le contestazioni erano mosse in maniera disonesta? Fare appunti costruttivi - non insulti berciati, ma suggerimenti propositivi - credo sia un segno di rispetto, non di disonestà. Sarebbe forse peggio incensare e sperticarsi in canti e lodi vuote, pronti a cambiare atteggiamento al primo refolo di vento contrario. O no? Oltretutto, a livello tattico non mi pare che la manovra abbia risentito troppo in negativo di questa variazione sul tema rispetto al dogma del 4-4-2. 
L’apprezzabile sforzo da parte del mister di modificare lo spartito blucerchiato è un punto a suo favore, e sono contento ci abbia provato. Viceversa, due giudizi negativi riguardano a mio modo di vedere le sostituzioni. Non se la prenderà spero King Claudio, se riesce a mantenere questa pacatezza nel commentare alcune decisioni arbitrali dubbie, non avrà particolari problemi ad accettare gli interrogativi di alcuni tifosi della sua squadra. Ho trovato poco senso nel cambio Keita-Damsgaard al 67’ con il Doria sotto 1-0. Non per l’ingresso del danese, sacrosanto e anzi quasi tardivo, quanto per l’uscita del senegalese. In quella fase di partita non lo toglierei mai e poi mai. La seconda scelta a lasciarmi perplesso è stata l’introduzione di Torregrossa soltanto al’81’ , dopo un’intera partita passata a mettere palloni alti al centro dell’area. Dieci minuti sono un po’ pochino. L’ingresso dell’unica torre blucerchiata oltretutto è coincisa con l’uscita dal campo del promotore di più traversoni interessanti, ossia Candeva, autore di ben 10 cross. E' quantomeno strano, se permettete.

Il dato migliore per fotografare la giornata dei blucerchiati è lo ‘0’ alla voce dei tiri in porta tentati. Difficile segnare, se non non si centra lo specchio. Anche le 5 parate di Audero, contro l’assoluta inoperosità di Reina, racconta questa storia. Il dato è ancora più ridondante se lo si rapporta all’esagerato numero di cross, ben 27, realizzati dai blucerchiati. Qualcosa (anche più di qualcosa) da registrare a livello di gioco c’è ancora in fase di creazione e impostazione della manovra. Eppure, nonostante ciò non si può dire che la Lazio abbia dominato. Tutt’altro. I biancocelesti avrebbero avuto l’occasione per andare sul 2-0 nel finale, ma nel complesso la ripresa ha visto una Samp più arrembante e convinta. E' un buon punto di partenza. Il concetto espresso dopo Samp-Fiorentina è proprio questo. Va benissimo fare punti giocando male, nessuno schifa questa opzione. Però, considerando la relativa tranquillità di classifica e il probabile svolgimento della seconda parte di stagione, aspettarsi una Samp più arrembante e propositiva, almeno a livello di formazione, non rappresenta una richiesta inconcepibile. Ieri per lo meno il Doria ci ha provato. Poi, a fornire i giusti stimoli ai calciatori evitando l’appagamento, toccherà a Ranieri. Difficile, difficilissimo se non si hanno ambizioni. Mi auguro riesca a toccare i tasti giusti.

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