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Quando, l’estate scorsa, Maurizio Sarri arrivò alla Juve, uno degli interrogativi più in voga non era con quale sistema di gioco avrebbe disposto la squadra, ma cosa si sarebbe messo addosso per andare in panchina. 

Il completo elegante che sfoggiava Allegri o la tuta sportiva che Sarri ha sempre portato al Napoli? Forse tanta attesa avrebbe meritato una risposta meno interlocutoria di quella attuale. Infatti, da quando è cominciato il campionato e, complice una temperatura più che mite, l’allenatore della Juve, ben lontano dall’accettare giacca e cravatta, veste pantaloni blu con una t-shirt aperta sul collo. In pratica né il vestito rilucente, né la tuta grezza, ma un (quasi) perfetto compromesso.

Ma cosa accadrà quando la temperatura si abbasserà e ci sarà bisogno di coprirsi? Cappotto? Giubbotto? O maglione irlandese stile Guardiola? 
“Importante è che non mi presenti nudo” disse Sarri il giorno della presentazione e aveva ragione. Chi come noi ha una certa età (Sarri ha un anno meno di me) e una tendenza metabolica alla pinguedine (la sua pancia è di poco inferiore alla mia), sa che non vanno bene né i costumi adamitici, né quelli troppo stretti. Ecco allora che la strada mediana può essere anche una momentanea via di fuga.

I nostri numerosi lettori si chiederanno perché mai mi attardi così tanto su come si veste Sarri. Ovviamente una ragione c’è. Lo faccio perché  sono convinto del contrario di ciò che sostiene il famoso proverbio (l’abito non fa il monaco). Io credo, invece, che in alcuni casi l’abito faccia il monaco e che Sarri non sfugga a questa eccezione.

Il suo abbigliamento - sia quello di Napoli che questo alla Juve - dice molto della sua adattabilità alle situazioni. Al Sud sapeva essere il comandante alla Che Guevara, quello che va contro i poteri forti sfidandoli a mani nude, in ciò assecondando un ambiente alla ricerca di riscatto calcistico prima che sociale. In pratica il convenzionale Sud subalterno che si vuole affrancare da un Nord dispotico e vorace.

Alla Juve, al contrario, oltre ad essersi presentato il primo giorno in giacca e cravatta, ha di molto addolcito i toni. Primo, perché in una posizione di potere non c’è un nemico solo, ma ce ne sono molti e tutti agguerriti. Secondo, perché la Juve non vuole fare le guerre, ma le partite di calcio,  possibilmente ben giocate, con le quali affermare non solo una superiorità tecnica, ma anche quella estetica.

Solo che a Sarri non tutto sta riuscendo come lui vuole e come la dirigenza, oltre che la tifoseria, sperava. Per vincere vince ed è pure imbattuto (due soli pareggi: uno bruttissimo a Firenze in campionato, un altro molto bello a Madrid in Champions), ma a riuscirci così era capace anche Allegri che io non rimpiango, ma che non è giusto rinnegare come, invece, ha fatto Ronaldo senza ragione e senza eleganza. 

Non è vero che con Sarri la Juve attacca di più. E anche se lo fosse, non segna e non convince abbastanza in rapporto a ciò che produce. Ci sarà, infatti, una ragione se tutte le vittorie sono state ottenute con un gol di scarto, tranne quella sull’Udinese e con il Bayer Leverkusen

E ci sarà un’altra spiegazione al fatto che la squadra spesso è molle, prevedibile e ripetitiva nel primo tempo per poi trasformarsi nella ripresa non senza qualche modifica o correzione.

Ammesso che tutto ciò sia condiviso (non ho la presunzione di spezzare il pane del consenso), ci si domanderà cosa c’entri tutto questo con i pantaloni e la maglietta di Sarri.

La risposta c’è: sono una via di mezzo tra quello che era Allegri e quello che vorrebbe essere lui. Una calzante metafora del gioco che c’era e di quello che speriamo (anche senza essere juventini) verrà.