27
La gorgia toscana è un primo indizio. Da Firenze a Vancouver, sulla costa Pacifica del Canada, per Vanni Sartini è un tratto distintivo. Tecnico italiano, classe ’76, ha oltrepassato l’oceano alla ricerca di nuove esperienze. E pochi giorni fa, con i suoi Vancouver Whitecaps, ha vinto la finale del Canadian Championship contro il Toronto degli azzurri: "Insigne, Bernardeschi, Criscito. I nostri avversari hanno costruito una squadra nuova, con giocatori fenomenali. Ci davano per spacciati, abbiamo fatto l’impresa". Ai calci di rigore, campioni del Canada dopo l’1-1 dei tempi regolamentari: "Tecnicamente è così. Anche se noi giochiamo in Mls (con Montreal e Toronto, ndr), prendono parte al torneo tutte le squadre canadesi in una formula simile alla Coppa Italia. È un percorso lungo, che rende il successo ancora più speciale".

 

SE DI MEZZO C’È IL DESTINO - Fiorentino doc, Vanni Sartini ha accettato la sfida americana a fine 2015, dopo una carriera da portiere, in seconda categoria, e da tecnico. Prima nei dilettanti del Mezzana, poi al seguito di Davide Nicola a Livorno e a Bari e successivamente in Figc, per curare le relazioni internazionali al Centro Studi e Ricerche di Coverciano. "Sono nati lì i primi legami con la Mls, una svolta. In quei giorni ho deciso di partire per gli Stati Uniti, per lavorare con la Federazione americana e contribuire alla formazione di una nuova generazione di tecnici". Fino alla grande occasione: "A un certo punto, Marc Dos Santos mi chiamò a Vancouver come suo vice. Poi la società mi diede il ruolo di responsabile del settore giovanile, affidandomi l’Under 23". Passo precedente all’approdo da head coach in prima squadra, in un primo momento da traghettatore: "Nelle ultime due stagioni, Vancouver è uscita dalla Coppa al primo turno, contro squadre di categoria inferiore. È questo il motivo che mi ha portato a guidare il club la scorsa estate. Abbiamo raggiunto i playoff e sono stato confermato, con l’obiettivo di arrivare all’atto finale della competizione". Raggiunto con l’aiuto del destino: "Nei quarti di finale di quest’edizione, eravamo sotto 1-0 a tre minuti dalla fine contro il Cavalry, poi abbiamo ripreso il match allo scadere grazie a un calcio d’angolo". Sliding doors. 

VITTORIA ALL’ITALIANA - "È un trionfo che significa tanto, ancor più bello perché arrivato dopo sette anni senza vittorie per il club". E contro un avversario considerato favorito, grazie a una campagna acquisti monstre. "È stata una partita sentita, anche per gli azzurri. Con Insigne, Criscito e Bernardeschi ho scambiato due chiacchiere prima della gara. Li vedo bene, hanno lo spirito giusto e mi hanno raccontato il loro ambientamento in Canada. Spero che possano attirare altri campioni, gente che permetta di alzare il livello della competizione. Basta guardare l’assist fatto da Bernardeschi per il gol dell’1-1. In Mls, cose così le fa solo lui". Dopo una giornata abbondante di festeggiamenti, la testa del tecnico e dei suoi ragazzi torna al campionato e alla Western Conference, con una meta cerchiata in rosso: "I playoff. La stagione non è cominciata bene, ma ci stiamo riprendendo. Ora siamo a tre punti dall’obiettivo, a dodici partite dalla fine. Servono 20 punti, sono sicuro che ce la faremo".  

AMERICAN DREAM - Quando risponde al telefono, Sartini non perde di vista l’orologio. In Italia sono le 17, in Canada appena le 8: prima dell’allenamento con la squadra, trova il tempo per raccontare il suo modo di intendere il pallone: "La Mls si sta europeizzando. Dai giocatori agli allenatori, passando per la varietà delle soluzioni in campo. Nel 2016, tutti giocavano con il 4-3-3 o con il 4-2-3-1. Poi, grazie a giovani tecnici, c’è stata una bella crescita". Diverse le differenze tra il calcio italiano e quello degli States: "La prima sta nei fattori ambientali. Ci sono tre fusi orari e per la prossima sfida ci toccherà fare 5 ore di volo per andare a giocare a Nashville, dove ci saranno 40 gradi. Dopo pochi giorni giocheremo in casa, con temperature ben più basse". Un fattore da non sottovalutare: "Ciò condiziona molto il lavoro, soprattutto in questo periodo ci sono tante partite e non si può stressare il corpo dei giocatori. Qui è impensabile fare una doppia seduta". Ma il discorso è anche strutturale: "È una questione di organizzazione, da noi comanda il salary cap. Ci sono i DP (Designated Players, ndr) come Insigne, ma per la costruzione delle squadre il budget è definito e bisogna pescar bene dalle università e dalle categorie inferiori".
QUESTIONE DI TATTICA - Non mancano i discorsi sulle idee di gioco: "I miei moduli preferiti sono il 3-4-2-1 e il 3-5-2, ma credo che un allenatore debba essere flessibile. "Cerco sempre di mettere in campo una formazione aggressiva. Mi rivedo molto in una dichiarazione di Klopp. ‘Le squadre di Guardiola sono un’orchestra, il mio calcio è heavy metal’. Proprio così. A volte il possesso palla è sopravvalutato, attaccare lo spazio resta la cosa più importante". L’esempio citato è recente: "Contro il Toronto, abbiamo fatto il 29% di possesso palla, creando 4 occasioni in più rispetto a loro e soprattutto portando il titolo a casa". Parola d’ordine? Praticità. In un paese che si prepara a ospitare, insieme a Messico e USA, i Mondiali 2026: "Il calcio qui è ormai il terzo sport, dopo football americano e basket. Il pallone cresce, attira interesse e un evento come la Coppa del Mondo porterà investimenti e visibilità. Al momento, siamo ancora indietro rispetto alle grandi leghe europee, ma guardando gli stadi e la qualità del prodotto, ci stiamo avvicinando". 

"SERIE A? PERCHÉ NO" - Sulle possibilità di un ritorno in Italia, il tecnico fiorentino non tentenna: "Mi piacerebbe, ovvio. Ma metto sempre l’esperienza di vita davanti alla carriera. Se domani dovesse arrivare una buona proposta economica dall’Italia e l’opportunità di una nuova sfida per allenare in Giappone, magari più allettante, mollerei tutto per accettare la seconda". Questione di prospettive, come quelle di alcuni dei suoi ragazzi a Vancouver: "La squadra è forte, diversi calciatori potrebbero trovare spazio nella metà delle squadre di Serie A". Un paio di nomi: "Ranko Veselinovic, difensore serbo. Per caratteristiche, non farebbe fatica nel campionato italiano. E così pure Ryan Raposo, attaccante giovane e promettente. In questa stagione si sta togliendo belle soddisfazioni a Vancouver". Dove Sartini sta bene e si gode la vita: "È una città meravigliosa. Vivo sul mare, ma in 40 minuti si raggiungono montagne spettacolari, quelle delle Olimpiadi invernali 2022 per capirci. Non mi piace solo la mancanza del tipico calore italiano". Discorso a parte se di mezzo c’è la tavola. "Mia moglie Barbara pensa al cibo, ma ci sono anche tanti ristoranti italiani. In pratica, si mangia come a casa. L’unica cosa che mi faccio spedire dalla mia Firenze è l’olio, il nostro non si batte". 

UN VECCHIO SOGNO - Il calcio non è l’unico pensiero: "Ho diverse passioni, qui in Canada è più facile coltivarle perché oltre il pallone c’è più vita e meno stress. Ascolto podcast di storia, leggo molto, viaggio e scrivo. In passato, ho fatto libri per allenatori a Coverciano e mi sono divertito. Mi piace mettere su carta le mie idee, con tranquillità. Calcio a parte, mi sarebbe piaciuto diventare uno sceneggiatore. Chissà, magari un giorno avrei vinto l’Oscar per la miglior sceneggiatura". Intanto, la storia di Vanni Sartini è già un bel film.