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Non deve essere stato facile essere Lukas Haraslin dal novantesimo al novantaquattresimo di Sassuolo-Napoli. Quattro minuti intensi di pesantissimi sensi di colpa, per aver atterrato in area Di Lorenzo ingenuamente. L’arbitro fischia il rigore, Insigne calcia e segna dal dischetto, il Sassuolo è sotto (2-3) a partita praticamente conclusa. E in gran parte è colpa tua, anche se stavi provando a dare il massimo, anche se sei stato beffato dalla malizia dell’avversario. Perché, diciamocelo, Di Lorenzo non aspettava altro. È stato un rigore tanto netto quanto cercato. La cosa grave è che sei appena entrato in campo, non hai ancora toccato palla, e nelle gerarchie del mister più o meno sai dove ti trovi. La stagione in corso non ti ha visto ancora protagonista, anzi, prima il Covid, poi quell’espulsione col Benevento... Perciò in teoria hai tanta voglia ma poco tempo a disposizione.

Il finale è di quelli altamente imprevedibili, c’è grande tensione, il pallone può schizzare a caso in una delle due porte. Succede subito la cosa peggiore che poteva capitarti. Sei l’agente principale della beffa, colui che determina la sconfitta immeritata, quello che fa il pasticcio definitivo, irrimediabile. E tutto ciò al termine di una gara in cui i compagni hanno fatto grandi cose. È troppo mi sa. Troppo ingiusto nei tuoi confronti mi sa.
Qualcosa di diverso deve succedere, un bilanciamento, qualcosa insomma, non può finire così anche se è già finito tutto. Ma queste sensazioni lo spettatore le prova senza crederci davvero, è l’inerzia del tifo, l’ombra del tifo. Il giocatore invece deve crederci davvero, se vuole che il miracolo accada.

Ora io non so se Haraslin ci credeva davvero puntando Manolas in quell’ultima azione, quando a sua volta è stato atterrato in area dal difensore greco. Mi piace pensare a quella iniziativa sulla fascia dello slovacco come una sorta di contributo morale assecondato da un qualcosa di più grande, una specie di compensazione metafisica. Il calcio che si accorge dei suoi capricci e chiede scusa, rimettendo le cose a posto. Poi mi rendo conto che c’è sempre un resto che rimane fuori: il finale di partita di Manolas, così simile e così diverso allo stesso tempo, certamente più amaro. Diventa allora assai più complicato trovare un senso alla catena degli eventi. Meglio astenersi dal conferirgliene uno a nostro piacimento. Siamo semplicemente contenti per te, Lukas, e questo può bastare.