3
La personalità con cui ha giocato ieri il Sassuolo contro l’Atalanta (1-1) è cosa nuova. Da tempo ripetiamo infatti che le gare con la Dea sono partite a parte, fanno storia a sé. È  per questo che di solito si studiano varianti tattiche specifiche, volte a sopravvivere contro la fisicità degli uomini del Gasp. Nei precedenti, abbiamo imparato ad apprezzare un Sassuolo più diretto, con la ricerca immediata degli attaccanti (comunque mai automatica) tramite lancio o passaggio mirato di Consigli (combinazioni a due tra Defrel e Caputo, tagli degli esterni ecc...). Era un modo elegante di rispettare l’avversario. La prima pressione dell’Atalanta ha sempre creato problemi a tutti, anche alla squadra che palleggia e costruisce meglio in Italia (ovvero il Sassuolo).

Ieri tuttavia, e forse per la prima volta in maniera così evidente, il Sassuolo ha sfidato col palleggio e con la sua vera identità la forza dell’Atalanta. Già dal primo possesso, nel primo minuto, quando i neroverdi sono stati chiusi in un angolo, si è notato il parossismo. Un estremo di pressione contro un estremo di fraseggio. La consapevolezza di aver di fronte la Dea non si è trasformata questa volta in paura latente. Tutti erano liberi mentalmente. Pronti a osare, a duellare, e a sbagliare anche.

Per non essere frainteso, ho deciso di non parlare di quello che è stato Sassuolo-Atalanta dopo il rosso di Gollini, ossia dal 23’ p.t. in poi. A me interessano soprattutto i primi venti minuti di parità numerica. Il Sassuolo aveva preso in mano gradualmente la partita già da lì, questa è la notizia. Dopo i primi cinque minuti in cui la Dea riusciva sistematicamente a rompere la costruzione insistita dei neroverdi, i ragazzi di De Zerbi hanno cominciato a eludere la pressione bergamasca con maggiore confidenza. Hanno affrontato l’onda d’urto, per poi surfarla.
Ero allo stadio, e dalla tribuna stampa vedevo un Gasperini non proprio soddisfatto a bordo campo. Il Sassuolo stava mostrando anche a lui una personalità diversa evidentemente, riusciva a mandare a vuoto certe pressioni fortissime, trattando la Dea non più come una squadra “ingiocabile”, ma come una delle prime, che è tutt’altra cosa. Questo, a ben vedere, è stato un salto di qualità non di poco conto. Ieri notte poi ho rivisto la partita che avevo registrato, e mi ha fatto specie la telecronaca un po’ troppo a senso unico di Trevisani e Adani. Quando si è abituati a tessere giustamente gli elogi di una squadra (in questo caso l’Atalanta), d’altronde succede. Si attacca con lo stesso nastro sopra una realtà che proprio in quel momento magari sta iniziando a scivolare di mano, a dire qualcos’altro. E i fatti contraddicono gli entusiasmi pronti e confezionati. Che rapporto c’è tra le urla del Gasp nei primi 20 minuti e le sviolinate su quant’è forte la Dea nella telecronaca in diretta? Questa cosa deve farci riflettere.  

La cartina al tornasole di tutto ciò sono le parole stesse di Gasperini a fine gara, in particolare l’ultima parte di questa dichiarazione ridicola: “Finiamo troppe partite in dieci: la Lazio in Coppa Italia, il Real, la Roma, oggi. Non mi sembra che siamo così cattivi, anzi oggi ho visto il Sassuolo un po’ sopra le righe”. Voleva il gattino da sbranare come al solito, il Gasp. Stavolta no, è andata diversamente. Il Sassuolo ‘sopra le righe’, detto da lui, è un complimento involontario, l’ammissione contorta e risentita di una vecchia volpe.