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Sconcerti, il calcio è sottosopra.
«Sì, credo che questo progetto della Superlega sia dettato dalla disperazione».

Qui sono tutti pieni di debiti.
«E sono debiti non più pagabili, non per questi grandi club. Le piccole società possono fallire, non è un problema. Ma i grandi club no, così è nato questo colpo di coda, ingiusto e disonesto».

Che finale prevedi?
«Non lo so. So solo che è raro che una cosa, che può essere anche bella, ma che è profondamente ingiusta, abbia successo. Quando c’è un'ingiustizia palese è raro che la gente ti segua».

Puoi approfondire?
«Credo molto nel rancore dei clienti. Non ci vai più in un negozio, se non ti piace. E mi domando chi avrà voglia di seguire una Superlega imposta così. Uno sgarbo così ad un tuo sentimento forte alla fine lo paghi. Viene meno il dato base del calcio, quello che l’ha reso così straordinario: il fatto che è vero che vincono gli stessi, ma qualche volta si può vincere anche noi. Su questo gli ideatori della Superlega hanno sbagliato in modo grossolano. Ripeto: mi sembra più una mossa di disperazione, che di strategia industriale».

Che scenario ipotizzi a breve?
«E’ una guerra che massacra, come tutte le guerre. Se l’Uefa regge e se ha basi corrette da un punto di vista legale per tenere fermi i giocatori, credo che li metterà in grande imbarazzo. Altrimenti no, si faranno la loro Superlega e ci sarà una frattura».
Ma non ti stupiscono i dirigenti italiani che oggi si indignano? Sono stati per anni al guinzaglio dei padroni, aspettando che qualche briciola cadesse dal tavolo. E ora si indignano.
«Non mi sono mai aspettato niente dal calcio italiano. L'ultimo in grado di decidere qualcosa è stato Franchi. Non hanno mai voluto un presidente in grado di decidere qualcosa».

Le 12 dell'élite si sono dette disposte a giocare nei campionati nazionali. Ci fanno un piacere, come no.
«Guarda, io sono convinto che queste squadre non le faranno giocare nei campionati. Se tu li giudichi dei ladri, non puoi giocarci insieme. E proprio da un punto di vista concreto due campionati non si possono giocare, diventa anche un problema di tempi e di calendari».

E se ci sarà frattura tra pochi e molti, che succederà in Italia?
«Ci si stacca, ma comincia un'altra partita. A quel punto le italiane della Superlega quasi inevitabilmente perderanno, ma in Italia ci sarà qualcun altro a vincere. Si arriverà nel giro di pochi anni ad avere ruoli diversi. La Juve rischia di diventare la squadra che allena la vera Champions League. E non so quanti benefici porterà».

Bayern, Borussia Dortmund e Psg si sono sfilati. Sono illuminati o lo fanno per calcolo?
«Lo fanno per calcolo. Ci sono troppe forzature evidenti in questa soluzione. E quando vuoi essere troppe volte nuovo, stai facendo una forzatura colossale. Non puoi pensare che la gente ti segua. Il premio di queste squadre sono i soldi, non il trofeo. Ma tanti soldi in più significano tante persone in più che ti guardano. E’ davvero un azzardo. Questi club potevano usare la loro forza per guadagnare di più dentro la Champions. E invece stanno cercando dei soldi dove non ci sono. Ci sarà un sacco di gente che non li guarderà più. Perché i giovani dovrebbero guardare la Superlega? Oggi sappiamo che per una valanga di squadre non è più possibile vincere. Il giovane non si identifica più con una squadra che non potrà più vincere».

Qualcuno paragona - sbagliando - la Superlega alla NBA. Che ne pensi?
«Sono due cose diverse. Nella NBA io come Benevento posso comprare il titolo sportivo della Juventus. L’NBA non si basa sull’identificazione tra pubblico e città, mentre il calcio sì. Ma con la Superlega neghi questa identità».