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Questa mattina, alle 5, è morto Franco Calamai, firma storica del calcio e del ciclismo della Gazzetta dello Sport. Aveva 97 anni. La salma sarà esposta domattina dalle 10 a Firenze, in via delle Panche, nella Pieve di Santo Stefano in pane, dove giovedì mattina alle 10 si terranno i funerali.

Franco per me era il “vecchiuccio”, per me e per tutti quelli della mia generazione. Franco era una roccia, era un uomo concreto e al tempo stesso ironico. Era amico di mio padre e la Gianna, sua moglie, era amica di mia madre. Il primo ricordo che ho di lui risale a più di mezzo secolo fa. E’ stato una riferimento per me, ignorandolo (perché i maestri sono tali se non sanno di essere maestri), è stato una guida. Amava il ciclismo, da qui nasceva l’amicizia con mio padre, e alla fine degli anni Settanta la Gazzetta gli chiese di assumere l’incarico di responsabile della redazione di Firenze. Abbiamo seguito insieme la Fiorentina fino alla sua pensione. Avvertivo il senso della concorrenza (io ero al Corriere dello Sport), ma prevaleva decisamente l’aspetto umano e vi assicuro che non lo scrivo per nostalgia di quei tempi, era davvero così. In trasferta, al seguito della squadra, andavamo sempre insieme. Catanzaro, Ascoli, Avellino, Udine, aereo, treno, auto, tanta auto, la sua indimenticabile Ritmo.
In quegli anni le generazioni di giornalisti sportivi fiorentini si legavano naturalmente e il merito era degli “anziani” che guardavano noi giovani come il futuro, non come l’opposizione. Era una brigata fantastica quella degli allora cinquantenni: Loris Ciullini de L’Unità, Carlino Mantovani, Sandro Picchi (un po’ più giovane...) e Giampiero Masieri de La Nazione. Dall’altra parte Luca Frati e Alessandro Fiesoli de La Nazione, Alberto Dalla Palma detto Gatto e Gabriella Lescai de La Città, un vecchio e straordinario quotidiano di Firenze, e chi scrive. In mezzo una generazione meno nutrita ma fortissima con Manuela Righini, prima a Paese Sera e poi all’Ansa, e Alessandro Rialti, detto Ciccio, del Corriere dello Sport-Stadio. Le trasferte con questi colleghi erano dei veri e propri corsi universitari, tu imparavi senza sapere che stavi imparando.

A Franco ho voluto bene, tanto bene, e so che quell’affetto è stato ricambiato. A saperlo lassù col nostro amico Ciccio (che baruffe fra i due sul ciclismo!) mi fa stare un po’ meglio, perché quaggiù la verità è che mi sento più povero.