Spalletti-Di Francesco 1-0 come nel tennis, un set avanti o meglio venti minuti. Si venti piccoli minuti in cui Icardi più che l'Inter, battè la migliore Roma della stagione. Quella che Di Francesco vorrebbe rivedere stasera a San Siro per scacciare gli incubi un po' retro del confronto con il suo predecessore, pareggiare questa partita a distanza tra allenatori e soprattutto cosa più importante, riprendere la marcia verso il processo di crescita e costruzione della squadra.

Ecco la squadra o meglio le squadre. La partita nella partita tra gli allenatori ci serve non per un gioco di ruolo, ma per capire un girone dopo chi tra i due abbia inciso di più nella costruzione o meglio nella ricostruzione di due formazioni un po' anarchiche, un po' naif, un po' legate al vorrei ma non posso. Una carrellata tra pregi e difetti, tra intuizioni ed errori per rispondere a una domanda semplice e decisiva: hanno veramente portato qualcosa Spalletti e Di Francesco a Inter e Roma, come dovrebbero fare i grandi allenatori?

Per capirlo dividiamo gli aspetti tecnici e tattici, così come se fossero i reparti di un esercito che studia i suoi punti di forza e quelli di debolezza prima della battaglia.

IL MODULO - Fisso per entrambi. 4-2-3-1 per Spalletti, 4-3-3 per Di Francesco. Fin qui nulla di nuovo o straordinario, è nella storia dei due allenatori. Però Spalletti ha dimostrato flessibilità cambiando modulo a Cagliari e assetto quando serviva una mossa risolutrice. L'allenatore della Roma ha nelle ultime partite cercato di rafforzare il fronte offensivo col 4-2-4 ma è sembrata più una forzatura che una mossa da allenatore esperto. In questo Spalletti è avanti come dimostrò anche all'andata cambiando le rotazioni di centrocampo. La flessibilità conta in panchina.

IL CENTROCAMPO - Ecco appunto li punto nevralgico di ogni battaglia calcistica. Di Francesco l'ha reso fisso e ha nascosto Nainggolan, meno padrone del gioco. Perché non riportarlo venticinque metri avanti? Il dogma non serve se non produce risultati. Spalletti ha invece costruito un meccanismo robotico ma almeno lo fa ruotare e cerca una sponda sul mercato, con l'idea del giocatore in più da coaching americano. Anche qui meno rigidità e più duttilità sono le doti migliori di un coach.

IL GIOCO - Entrambi ancora non hanno inciso al meglio. Sia l'Inter che la Roma giocano complessivamente male, bene a tratti solo nei meccanismi tecnici che i giocatori hanno metabolizzato, la fase difensiva per la Roma quella offensiva per l'Inter con gli esterni e Icardi. Adesso entrambe si sono inceppate a conferma che sono ancora due squadre poco fluide e gli allenatori stanno lavorando più su di un gioco frontale che dinamico. Serve più fantasia, le squadre come gli allenatori monocordi fanno poca strada.

LA GESTIONE DEL GRUPPO - Sufficienti entrambi, non eccellenti. Spalletti alla prima difficoltà ha ricominciato il suo mantra della coperta corta, che è una strategia di comunicazione buona e contorta al tempo stesso. Di Francesco ha fatto un grave errore in Coppa Italia cambiando tutta la formazione e smantellando la difesa, una gestione inopportuna che ha riportato a galla i vecchi difetti della Roma, quelli di non pensare al presente e a vincere le partite in modo lineare. Un allenatore non si deve perdere quando il mare comincia a dare i primi segnali della tempesta, ma deve rimettere la barra dritta e quindi far giocare chi ti può dare il risultato significa guidare la nave in modo sicuro senza dare contentini.

Alla fine di questa sfida a distanza Spalletti e la sua Inter sono avanti a Di Francesco e la Roma, pur essendo meno attrezzati (e al netto del fatto che la Roma, numeri alla mano, deve ancora recuperare una partita). In generale però nessuno dei due ha ancora marchiato la sua squadra con il tocco del grande allenatore. Stasera ne sapremo di più su chi avrà trovato la chiave d'accesso per trasformare il calo di queste settimane in concentrazione, il non gioco in gioco, l'organizzazione meccanica in manovra offensiva. C'è una parola piccola e sconvolgente che costituisce la chiave e che molti, spesso sottovalutano. Si chiama Mentalità e fa tutta la differenza del mondo.

@MQuaglini