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I molti e gioiosi accadimenti succedutisi dopo la fine del campionato hanno in parte occultato quella che si può considerare la stagione più nera del presidente della Juventus, Andrea Agnelli. 

Anche volendo sorvolare, per carità di patria, sulla vicenda Superlega, che ha finito per indebolirlo enormemente sul piano interno e, soprattutto, su quello internazionale, per quanto riguarda la strategia operativa e della comunicazione, la Juve non solo ha continuato ad accumulare debiti, ma ha fallito completamente nella scelta dell’allenatore (il debuttante Andrea Pirlo) e nei conseguenti risultati sportivi.

Per i debiti si incolpa il Covid, ed è vero, anche se non del tutto. C’è anche l’acquisto e l’ingaggio di Ronaldo che pesa smisuratamente sul bilancio anche se in sede di commento - chissà perché - non viene mai nominato.

Quanto ai risultati sportivi, ha ragione Sarri, quando dice che a lui chiesero come minimo lo scudetto (regolarmente conquistato) e con Pirlo, giocatori e staff hanno festeggiato il quarto posto, ottenuto solo grazie al suicidio del Napoli, incapace di battere un demotivatissimo Verona in casa propria, ovvero al San Paolo/Maradona, nell’ultima di campionato.

Aver vinto la Coppa Italia e la Supercoppa, due competizioni minori, non ha salvato Pirlo: primo, perché in Champions è uscito agli ottavi di finale contro l’avversario più abbordabile (il Porto);  secondo, perché la qualità del gioco della Juve è sempre stata modesta, per non dire avvilente. 

Partiamo da Pirlo per dire che la scelta di metterlo in panchina senza la benché minima esperienza né come secondo, né da allenatore in squadre minori o giovanili, è stata del presidente. Quindi l’errore - perché di errore si tratta visto l’esonero dell’allenatore dopo appena una stagione - ha un solo padre. 

Ovviamente nessuno disconosce ad Agnelli il diritto di fare e di sbagliare, anche se sarebbe gradita, a volte, una qualche forma di autocritica, del tutto sconosciuta a ricchi e potenti. Andrea,  come la storia della Superlega insegna, va avanti per la sua strada, fa strame delle scelte dei suoi collaboratori (Sarri era stato preso da Nedved e Paratici), non rispetta le tempistiche contrattuali e i relativi esborsi economici (Sarri godeva di un pesante contratto), crede di conoscere il calcio e i suoi uomini e perciò è arrivato a Pirlo fidando sulla simpatia che ha per l’uomo e presumendo di costruirsi in casa quello che è il suo sogno dichiarato: Pep Guardiola.
Ora, per rimediare ai danni del presidente, Exor, ovvero l’azionista di maggioranza che corrisponde alla cassaforte degli Agnelli, ha ufficializzato un aumento di capitale, che avverrà nei prossimi mesi, di 400 milioni di euro. Nessuno, nella storia del calcio italiano, era mai arrivato a tanto. Naturalmente la Juve ha dato la colpa ai danni arrecati dal Covid (320 milioni), comprendendo, nella cifra, i mancati guadagni da calciomercato. 

Voce generica e assai vaga perché anche il più sprovveduto dei tifosi sa che il bilancio è appesantito in maniera considerevole da un’altra prodezza del presidente, ovvero l’acquisto di Ronaldo e il relativo ingaggio (31 milioni netti a stagione, 63 lordi per tre stagioni).

Ronaldo, oltre a non aver contribuito a vincere la Champions, né ad arrivare in finale, come era successo due volte senza di lui, ha sì vinto la classifica dei marcatori del campionato, ma nell’anno, dopo nove consecutivi, in cui non è arrivato lo scudetto. Non è un caso, casomai una significativa coincidenza.

Il colpo Ronaldo, quindi, non ha ripagato né tecnicamente, né meno che mai, economicamente e l’effetto è sotto gli occhi di tutti.

In un’azienda normale le operazioni compiute da un altro manager che non si chiamasse Agnelli sarebbero oggetto di un’attenta valutazione e, di certo, non vorrebbero sanate e tacitate da una salvifica ricapitalizzazione. Invece succede a questa Juve in tempi di morbo e di tempesta. 

E’ una fortuna. Non certo un merito.