Lunga intervista concessa da Thiago Motta al Corriere dello Sport: il centrocampista del PSG parla di tutto dall'Inter alla Nazionale parlando per gli idoli di infanzia.

GLI INIZI - "Da quello che mi racconta mio padre io ho iniziato a 4 anni. Perché lui amava giocare a calcio però non ha mai giocato ad alti livelli. Andata tutti i fine settimana a giocare con i suoi amici perché avevano una squadra e mi portava sempre con lui. Un giorno, stavamo giocando insieme dopo una di queste partite, c'era un allenatore di una squadra di calcio a 5. Dovevo essere un bambino con del talento: io tiravo in porta con mio padre ed ero piccolissimo. Lui mi vide e andò a parlare con mio padre. Gli disse 'Io ho una squadra in cui i giocatori iniziano a 6 anni. Lui ne ha quattro ma tocca davvero bene il pallone. Me lo puoi portare, inizia a fare allenamenti e se va bene e gli piace lui continuerà'. Da lì in poi non mi sono fermato più. per tutta la vita ho calciato un pallone".

IDOLI - "Ho cambiato un po' i miei idoli nel calcio. Quando sono arrivato a Barcellona a 15 anni c'era Rivaldo e lì mi sono innamorato. Baggio per esempio è uno che sempre mi è piaciuto però quello che mi ha impressionato di più è stato Zidane, per me era la classe assoluta nel calcio".

L'ARRIVO AL BARCELLONA - "Ho giocato un torneo sudamericano in Uruguay con la Nazionale del Brasile Under 17. Io giocavo in una squadra in Brasile che si chiamava Juventus e in Nazionale ero l'unico giocatore che non aveva contratto. Allora un procuratore è andato a parlare con il club e con mio padre. Così è cominciata la mia vera carriera dal Barcellona. In quel momento militavo nel Barcellona B che era come la squadra primavera. Poi ogni settimana giocavo una o due volte con la prima squadra. Come ho detto allora la star era il mio Rivaldo. Per me il brasiliano era il numero uno. Lui lo capì e mi regalò le sue scarpe da calcio. Dopo un anno e mezzo sono andato in prima squadra, ho giocato due anni insieme a lui. Era un fenomeno vero anche come persona. Mi ha trattato sempre molto bene".

RUOLO - "Ho iniziato numero 10 quando ero in Brasile. Nel Barcellona B giocavo interno, ero mezzala. La mia voglia era di essere un numero dieci, ma non avevo il fisico e i mezzi tecnici. Allora ho pensato di cambiare un po' lo stile di gioco. L'allenatore della primavera mi diceva sempre 'Thiago tu devi imparare a difendere, devi imparare ad essere altruista, devi aiutare i tuoi compagni in campo.. Però ce la puoi fare'. Da quel momento in poi ho iniziato a studiare i numeri dieci per vedere cosa facevano, come giocavano il pallone, come facevano i lanci, come contrastavano. Quando sono arrivato in prima squadra ero già pronto per giocare con loro".

IL PASSAGGIO AL GENOA - "Mi mancava un anno di contratto a Barcellona. Con il mister andavo d'accordo, ma con il presidente meno. Allora ho fatto quest'anno all'Atletico Madrid, ma non ho giocato perché ho avuto un problema al ginocchio e sono rimasto senza squadra. Sandro Canovi, che non è solo il mio procuratore ma mio amico, mi ha detto 'Thiago la squadra migliore per te oggi è il Genoa'. Io sinceramente non conoscevo molto la squadra del Genoa, non sapevo molto dove stavo andando, però avevo fiducia in lui. E ho fatto bene. Era un momento difficile per me. Il Genoa mi ha cambiato la vita come giocatore, come persona, mi ha cambiato tutto. Ho fatto un anno bellissimo sia a livello professionistico sia a livello personale, ed è stato un anno che mi ha aiutato tantissimo a ritrovare fiducia in me e nel calcio. Fiducia nel mio sogno".

GASPERINI - "Io ho avuto tecnici come Mourinho, Benitez, Ancelotti. Tutti grandissimi allenatori. Però con nessuno è stato come con Gasperini. Posso dire che è l'allenatore con cui ho imparato di più a livello tecnico, tattico, umano".

NAZIONALITA' ITALIANA - "Quando sono arrivato in Spagna ero già italiano, per le mie origini familiari, delle quali sono orgoglioso. Poi quando sono andato al Genoa mi hanno detto che potevo giocare per la Nazionale italiana. Io non ci credevo, per me era un vero privilegio poterlo fare. Dopo il Genoa sono andato all'Inter e lì ho avuto l'opportunità di giocare in Nazionale. Io dico sempre che sono un italiano che è nato in Brasile. Non solo per la storia della mia famiglia, ma per la mia maniera di essere e di giocare. Mi sento italiano".
MOURINHO - "Speciale, come dicono tutti. E' uno che in campo non era molto attento a tante cose tattiche, le lasciava un po' più ai giocatori. Anche perché in quell'Inter c'erano giocatori esperti e intelligenti, veri leader. Era speciale anche nelle reazioni: magari perdeva una partita e il giorno dopo non salutava nessuno, neanche buongiorno. Però quando vincevamo era il più contento di tutti, anche dei giocatori".

INTER - "Un giocatore che ammiravo tantissimo era Walter Samuel, un tipo fantastico. Era timido, non parlava moltissimo, però aveva un carattere straordinario, sempre positivo, sempre capace di aiutare. Allora lo ammiravo tantissimo, sia come giocatore che come persona, era fantastico".

PSG - "Io all'Inter mi trovavo bene. La verità è che c'erano persone nel club che non erano d'accordo con me, come in verità io non ero d'accordo con loro. Faccio un esempio per essere più chiaro. Branca, che allora era il ds insieme a Oriali, non era d'accordo che io fossi nell'Inter in quel momento. Sentivo che non aveva più la fiducia di prima. Allora quando io ho avuto, sono sincero, la possibilità di andare al PSG mi sono detto 'Vado in un posto dove c'è un futuro per me o rimango qua a lottare e a cambiare quello che sta succedendo?'. Però la vedevo molto difficile. Allora sono andato a parlare con il presidente Moratti, è sempre stato un gentiluomo, mi ha ascoltato, mi ha detto quello che pensava e poi siamo arrivati ad un accordo".

IBRAHIMOVIC E VERRATTI - "Sono ovviamente diversi. Ibrahimovic l'ho conosciuto al PSG. E' arrivato sei mesi dopo di me. Grande carattere. Un uomo, al di là del giocatore, che sa quello che vuole. E' uno diretto, quando ti deve dire qualcosa te la dice, mi sono trovato molto bene anche per questo. Lui è così, è diretto. Poi negli spogliatoi era uno dei nostri leader. Alle volte molto duro, però lo faceva perché amava vincere. Io lo capivo. Verratti è un genio. Ha un talento innato. Marco, gliel'ho detto sempre, non so se sia il miglior giocatore che ho conosciuto ma è sicuramente uno dei più grandi".

CHAMPIONS - "La voglio vincere io col PSG, però quest'anno mi preoccupa una squadra, il Bayern Monaco. Il Bayern ha avuto per tre anni Guardiola che è un grandissimo allenatore. E loro in campo sanno a memoria cosa devono fare. Hanno memoria, hanno grandi giocatori e in più è arrivato Ancelotti. Carlo è capace di costruire un clima particolare: lui riesce sempre a conquistare i suoi giocatori, che vogliono vincere per lui. E' riuscito a farlo con il Milan, è riuscito a farlo con il PSG ed è riuscito a farlo al Real Madrid. Io mi sono sentito, quando è stato il mio allenatore, che non potevo deluderlo perché ci dava tanto in cambio di niente. Per questo quando entravi in campo pensavi 'devo vincere anche per lui'. E questo sono convinto che lo porterà anche al Bayern che per me è il favorito. Insieme, com'è ovvio al PSG. La Juventus? Potrebbe essere, perché alla fine ci sono quattro-cinque squadre favorite. Il Bayern, la Juventus, il Barcellona, il Real Madrid, il PSG. E non dimentichiamo il Manchester City di Guardiola".

FISCHI IN NAZIONALE - "Lo so: non sono un giocatore velocissimo, lo dico io per primo. Però quando mi guardo intorno vedo tanti giocatori del mio ruolo non velocissimi. Si è creata a mio modo di vedere un'opinione, soprattutto nel giornalismo, che Thiago Motta è lento. E' vero e vorrei essere più veloce. Vorrei tanto avere la velocità ma non è colpa mia se fisicamente non me l'hanno data mio padre e mia madre. Io so che sono un giocatore lento però ho altre caratteristiche che credo siano importanti nel calcio. Credo di vedere bene il gioco, di essere un buon incontrista, di avere senso tattico. Se non fosse così non si capirebbe perché tutti i migliori allenatori mi vogliano in squadra e titolare. Per me il miglior centrocampista oggi è Kroos che gioca in Germania e nel Real Madrid. E non è un giocatore veloce. Però ha un'intelligenza fenomenale per giocare a calcio e ha anche i piedi per farlo. In Italia si è creata l'opinione che io sono lento. E' vero, però ho altre caratteristiche che vanno bene e non credo che Ancelotti o Conte mi avrebbero utilizzato se fossi stato così scarso. Non so da dove nasce questo giudizio. Sia chiaro, posso aver sbagliato delle partite, succede a tutti. Ma qui si cerca di dimenticare una carriera con i risultati che ho ricordato. Perché? Magari volevano portare un altro giocatore al mio posto? Un procuratore? O un presidente di un club italiano che voleva portare un giocatore suo in Nazionale? Io non lo so. Si crea questa opinione e questa opinione arriva al pubblico. E' normale, il pubblico io lo capisco. 'Questo giocatore è lento, non serve'. Quando sentivo queste cose mi faceva male, è normale. Perché io sono umano e lo sento. Alla Nazionale io, italiano nato in Brasile, ho dato tutto quello che potevo. Agli Europei ho detto sempre che la cosa importante non sono io, è la squadra. La penso ancora così".

LA 'DIECI' - "Non era un problema. La 10 è un simbolo che è stato creato quache tempo fa, però è solo una creazione degli essere umani. Il numero 10 è uguale agli altri, non cambia niente. Si può giocare con la 10, la 8, la 6. Io sono io quando gioco a calcio, non posso e non devo cambiare. Io cerco di fare quello che ho fatto sempre in carriera".

ALLENATORE - "Sì vorrei farlo tantissimo. Vorrei provare perché è una cosa che mi piace. Ho visto tanto calcio, ho capito tante cose e assicuro che non c'è posto migliore del centrocampo per leggere tutte le fasi di una partita. Vorrei provare la mia idea di calcio, che non è solo la velocità ma la tecnica, l'immaginazione, l'estro. Questo è per me il calcio totale. Giocare al pallone non è un esercizio di fitness, è fantasia, geometria, talento. Non contano tanto lentezza o velocità. Il calcio come la vita non si misura con il contachilometri, contano la qualità e l'estro, la sapienza e l'immaginazione. Perché il calcio è certo solo un gioco, ma è il gioco più intelligente che sia".