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Scenderanno da lassù, domenica pomeriggio, gli Invisibili. Chi avrà buon orecchio potrà udire la loro presenza fin da subito quando, curiosi, sosteranno per un momento sospesi tra terra e cielo. Poi, con la leggerezza della farfalla, planeranno insieme a sfiorare l’erba del prato. Ciascuno di loro, per competenza di ruolo, andrà ad affiancare l’erede di un tesoro rappresentato da una maglia leggendaria. Quelli provvisti di sensibilità particolare potranno intuire la loro presenza. Ventidue, domenica contro il Sassuolo, saranno i giocatori in campo. Undici quelli scelti da Ventura. Undici quelli in permesso speciale perché non avrebbero potuto mancare ad una grande festa che sarà anche la loro festa. Il giorno del battesimo ufficiale. Quello che il popolo granata e tutti gli autentici sportivi attendevano e meritavano da tempo. Non più “Olimpico”, ma “Stadio Grande Torino”.
 
Era nato come “Municipale Mussolini”, nel 1932. Un “dono” che il senatore Giovanni Agnelli, azionista di maggioranza della Fiat, aveva voluto fare al Duce un mese prima di una delle sue rarissime visite a Torino. Una città che metteva ansia al capo di un regime che poco o nulla ci azzeccava con gli ideali liberali di una popolazione principalmente operaia. Tant’è, il giorno prima di quella che Piero Gobetti definì “la marcia su Torino”, Agnelli convocò al Lingotto le maestranze: “Ci sono tre modi per accogliere Mussolini. Applaudire, tacere e contestare. I primi due saranno ammessi. Il terzo provocherebbe conseguenze disastrose a chi volesse metterlo in pratica”. Quel giorno, era il 23 ottobre, il Duce pronunciò davanti agli operai schierati il discorso più breve di tutta la sua carriera politica. Un minuto e trenta secondi, come riportano le cronache. Poi se ne andò scuro in volto inseguito da qualche fischio.

Lo “Stadio Mussolini” era comunque un fiore all’occhiello per l’impiantistica italiana. Venne aperto al pubblico in un giorno feriale che coincideva con quello della presentazione della Balilla, la nuova vettura firmata Fiat, che avrebbe dovuto rivoluzionare il mercato dell’automobile. Per il battesimo si schierarono al centro del campo tutti i giocatori della Juventus e i loro dirigenti. Dopo lo svolgimento dei “Giochi Littori”, infatti, quella sarebbe diventa la casa domenicale della squadra bianconera e dei suoi tifosi. Mai e poi mai i cugini-rivali del Torino avrebbero abbandonato il loro “fortino” granata. Il Filadelfia, una sorta di bunker inviolabile situato in linea d’aria poco distante dal nuovo impianto. L’altra “fabbrica” di Torino. Quella degli Invincibili. La tragedia di Superga, poi, provvide a cementare ancora di più lo spirito del popolo e dei giocatori granata con la piccola struttura all’inglese sino a farla diventare un autentico tempio laico. Nei racconti dei vecchi torinisti si narra di notti con la luna piena in cui chi transitava accanto al “Fila” sentiva la voce di capitan Mazzola incitare i compagni intanto che partivano le note della carica suonata dal trombettiere granata. Ma anche i santuari invecchiano e, senza restyling, si arrendono all’usura del tempo.

Sicché, nella stagione ’57-‘58, i dirigenti del Toro accettano il trasferimento in quello che, dalla fine della guerra, era stato ribattezzato “Stadio Comunale”. E’ l’anno horribilis per il Torino, nel quale gioca anche Enzo Bearzot, che con la prima maglia sponsorizzata Talmone finisce in Serie B. In fretta e furia viene recuperato il Filadelfia e, dopo una stagione all’inferno, i granata tornano all’onor del mondo calcistico. E mentre la Juve semina e raccoglie scudetti al “Comunale”, dalle uova granata covate al Fila escono “pulcini” destinati a diventare galli da combattimenti. Uno su Tutti, Paolino Pulici detto Puliciclone. Dunque è tempo di andare a far razzia anche in casa altrui. Così quella che era terra bianconera vede la banda di Gigi Radice dipingere opere d’arte assortite fino al capolavoro dello scudetto del Settantasei.

Ora, però, non è più lo stadio di nessuno. I bianconeri patiscono “l’occupazione”. I granata si sentono a disagio in casa altrui. Gianni Agnelli fa pressing per un impianto nuovo e solo juventino. L’occasione arriva con i Mondiali del Novanta e con la costruzione di uno stadio, il Delle Alpi, che dovrebbe essere avveniristico ma che, a conti fatti, sembra servire a tante cose tranne che a giocare a calcio: un freezer in inverno, un forno d’estate, spalti che i giocatori sembrano nani. E, per qualcuno, porta anche sfiga. Verrà demolito. Oggi è lo “Stadium” di proprietà Agnelli. Al Toro che aspetta un nuovo Filadelfia viene, invece, assegnato definitivamente il “Comunale” che intanto ha di nuovi ambiato nome. Si chiama “Stadio Olimpico” perché ha ospitato i Giochi Invernali del 2006 grazie ai quali l’intera città di Torino si è fatta conoscere al mondo come una fra le più belle d’Europa. Adesso sì che il popolo granata entra in empatia con quel “teatro” che è soltanto suo. Pensa ancora al “Fila” naturalmente. Avrà anche quello perché Urbano Cairo, vero presidente granata dopo Pianelli e Sergio Rossi, ne sta facendo un monumento al passato e anche per le generazioni future. Ma intanto domenica, contro il Sassuolo, il popolo torinista entrerà nello stadio “Grande Torino” che non è il titolo del film di Clint Eastwood.

E ci saranno anche loro, gli Invisibili. Mi piace ed è doveroso ricordarli per cognome, uno a uno, specie a chi ne ha sentito soltanto parlare: Bacigalupo, Aldo e Dino Ballarin, Bongiorni, Castigliano, Fadini, Gabetto, Grava, Grezar, Loik, Maroso, Martelli, Mazzola, Menti, Operto, Ossola, Rigamonti e Schubert. Sarebbe cosa buona e giusta se lo speaker del “Grande Torino” oltre alle formazioni in campo leggesse anche la lista di quelli che saranno lì anche se nessuno li potrà vedere.