La Roma come nel tardo impero, con regnanti deboli e pretoriani forti? La Roma in cui comanda la piazza? La Roma che viene spazzata via dalla Champions per una somma di sfortuna e di pessimo arbitraggio e per questo si vota allo tsunami? La Roma decisa a  ribaltare tutto in una notte con effetti a catena perché ha perso un derby?

Forse un po’ di tutto questo, ma la prima impressione è che, nella crisi, non si siano tenuti i nervi saldi. Ma ci sono stati mai i nervi saldi? Nella sua corte, Pallotta da tempo è un re travicello; lontano, alla mercè di consiglieri nemmeno tanto segreti, che cambiano come le figurine Panini nelle mani dei ragazzini, interessato soprattutto alle prospettive legate al nuovo stadio e al suo indotto. Credeva di averlo già costruito, ma quando arriva, ogni volta, nella città eterna s’inoltra nel labirinto capitolino che lo rende vittima e carnefice al tempo stesso: Minotauro e Teseo.

Di Francesco è diventato il capro espiatorio, capace di  cementare, nell’immediato, una società all’apparenza affidata a Totti, ora che Monchi, in due giorni, ha dato il benservito. Lui ha telefonato a Ranieri, lo ha convinto con affetto filiale a tappare un buco di tre mesi e Ranieri ha risposto: presente. Il suo intervento è stato tutto rivolto alla piazza: ha detto che un romanista vero  non può dire di no quando la maglia giallorossa chiama, e col paternalismo d’un’antica bandiera, ha ribadito che vuole vedere undici leoni in campo, che nulla è perduto ecc. In realtà, Ranieri ha soprattutto, evocato Francesco. Perché, almeno per la vetrina dell’ oggi non c’è bisogno d’una diagnosi o una strategia. Nel vuoto e nell’emergenza, urge lui: Totti. Un talismano, il cui potere, a Roma, è sciamanico, non legato alla razionalità, bensì a un culto. Medicina? No, speranza taumaturgica.  Ora, i culti esaltano, ma risolvono? Per chi è malato, meglio il San Raffaele o Lourdes? A Roma hanno preso bene il ritorno di papà Ranieri, soprattutto perché è stato garantito dal Pupone magico e perché detestavano, con certa dose d’ingenerosità, Di Francesco, il quale non pare sia il maggior responsabile del refrain cantato negli ultimi anni a Trigoria: “Si vendon sempre i migliori, si vendon sempre i migliori, poi si vedrà…”.

Già: Totti ci ha messo la faccia, il suo potere magico, ma chi decide o meglio chi fa decidere? L’eminenza grigissima Baldini, quella che lui stesso ha definito “il suo esecutore”? Formalmente non è stipendiato dal club, è un consigliere privatissimo del Presidente, che passa 6 mesi l’anno in Sud Africa e si fa vedere a Roma meno di Pallotta. Critico di Di Francesco e sponsor di Paulo Sousa, continua a tessere la sua tela di rapporti col calcio importante, mentre Massara ha accettato di fare il direttore sportivo e Baldissoni è dirottato permanentemente sulla questione stadio. Attualmente il pretoriano con il gladio in mano sembra essere Fienga, pronto a giocare tutte le sue carte nel periodo di transizione. Ma bisognerebbe rimettere un po’ d’ordine in fretta.

Alla corte di Otello, si diceva che “Cassio governava a Cipro”? Alla corte di Pallotta, il quale invece di Desdemona brama lo stadio, chi governa? Non si sa. Qualcuno riesce, almeno, ad intravedere  uno Jago, intento nelle retrovie, ad aguzzare il suo disperato ingegno?