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Si chiamava Adino, ma quella A impertinente lo infastidiva. Lavoravo per il Giornale, quello vero, fondato e diretto da Indro Montanelli, anche lui prigioniero di un prefisso: all’anagrafe risultava essere Cilindro. "Ma lei il suo direttore come lo chiama", mi disse dopo che per l’ennesima volta l’avevo chiamato Adino. "Lo chiamo Direttore", gli dissi. E lui: "Allora chiamami presidente".

E’ stato senza alcun dubbio il più grande presidente della Roma. So che Rosella Sensi non sarebbe d’accordo, ma per valutare la statura di questo ingegnere meccanico che veniva da Aulla, al confine tra la Liguria e la Toscana, bisogna capire il contesto. Franco Sensi  prese una Roma che faceva già parte dell'élite calcistica. Dino Viola rilevò quella che gli stessi tifosi chiamavano rometta, una società che non era mai riuscita a ragionare e pensare in grande. Un club quasi sempre strumento degli interessi politici della città. Spesso cimitero degli elefanti, da Angelillo a Charles, quasi sempre sottomessa al potere di Milano e Torino come si può capire dal famoso affarone con la Juve che prelevò Capello, Spinosi e Landini, cosiddetti gioielli ceduti dal costruttore comunista Alvaro Marchini in cambio di Del Sol, Viganò e Zigoni.

Viola rilevò la Rometta da Gaetano Anzalone, un presidente appassionato ma debole al punto di scoppiare a piangere per l’arbitraggio di Gussoni che ne aveva fatta di cotte e di crude. Il nuovo presidente era sicuramente benestante ma non ricco. Si era concesso questo sfizio dopo avere liquidato l’azienda di famiglia, una misteriosa fabbrica dove la leggenda dice che trafficasse in armi. E dal primo giorno pianificò il futuro scegliendo Nils Liedholm, lo svedese più napoletano d’Italia, per guidare la squadra. Ma il pallino di Viola era l’uomo nero. Dicono che si occupasse di tutto in prima persona, delegando pochissimo ai suoi collaboratori al punto di chiudere personalmente le luci di Trigoria prima di tornare a casa nel suo bellissimo appartamento di piazzale delle Muse. Ma il vero pallino, quasi un chiodo fisso, erano gli arbitri. Aveva scoperto molte ambiguità nella categoria ed era deciso a smascherarle. Senza perdere l’arguzia che lo faceva parlare in violese, termine coniato nell’occasione. Quando l’arbitro Bergamo, su segnalazione del guardalinee Sancini, annullò il famoso gol di Turone nella partita scudetto con la Juve, lui disse soltanto: "con la Juve è sempre questione di centimetri". 
Giampiero Boniperti, presidente di quella Juve, non riuscì a resistere e per tutta risposta spedì a Viola un righello. Restituito al mittente con una garbata lettera di accompagnamento "caro Giampiero, è meglio che questo righello lo tenga tu. Si tratta di uno strumento più utile per un geometra che per un ingegnere come me". La Roma degli anni ottanta, la creatura costruita intorno a Falcao, aveva comunque spiccato il volo. Sette arbitri vennero dimissionati con la massima discrezione dopo una riunione del consiglio federale nel quale, scrive la storia, furono esibite prove concrete della corruzione. Adino Viola, presidente di una Roma finalmente rispettata vinse finalmente lo scudetto accompagnata all’altare da un Palazzo non più ostile. Due partite decisive furono dirette dal signor Bergamo di Livorno.

La finale di quella che si chiamava Coppa dei Campioni, giocata all’Olimpico il 30 maggio del 1984, rappresentò la più grande amarezza. Accaddero fatti strani intorno all’arbitro Vautrot, designato a dirigere la semifinale di ritorno con il Dundee. Falcao non tirò il rigore. L’arbitro convalidò un gol irregolare del Liverpool. Liedholm aveva deciso di tornare al Milan.

Trent’anni fa se n’è andato uomo che aveva trasformò la rometta in Roma.