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Caro Leo Turrini, che effetto ti fa sapere che Valentino Rossi sta per disputare l’ultima gara italiana della sua carriera?
“Un effetto straniante e credo valga per tutti noi. C’è anche un elemento struggente, in questo addio al rallentatore: si corre a Misano, sul circuito dedicato a Marco Simoncelli”.

Il Sic, che forse era l’unico erede possibile di Vale.
“Esatto. E per tante cose, non solo per il talento. Tra l’altro io ho sempre avuto il doloroso sospetto che la tragedia di Marco, nella quale Vale fu involontariamente coinvolto, abbia cambiato Rossi nell’anima. Ma questa è roba da analisti”.

Cosa resterà di una carriera tanto lunga e gloriosa?
“Tantissimo e però non mi riferisco ai risultati in pista, che pure sono stati straordinari. C’è stato molto di più, nella leggenda del ragazzo di Tavullia. Non possiamo comprendere il fenomeno Valentino se ci limitiamo alla contabilità della statistica”.

Tradotto?
Rossi è stato per un quarto di secolo ciò che Coppi, Bartali e il Grande Torino furono per i nostri antenati. Cioè un punto di riferimento oltre lo sport. La domenica pomeriggio anche le nonne si fermavano per ascoltare le telecronache di Guido Meda e non è un modo di dire. Valentino è stato un idolo trasversale, una cosa che in tempi più recenti era riuscita solo a Pietro Mennea nell’atletica e ad Alberto Tomba sulla neve. Poi, certo, ha avuto anche lui i suoi odiatori, i leoni da tastiera non risparmiano nessuno, nemmeno i miti. Ma lui è stato un antidoto”.

Un antidoto contro cosa?
“Sai, in Italia dalla seconda metà degli Anni Novanta si è perso il gusto dell’ottimismo. Il Paese si è piantato, non parlo di politica, lo dicono tutte le cifre delle analisi economiche. L’ascensore sociale ha smesso di funzionare e bla bla bla. Bene, Rossi è sempre stato in controtendenza, lo guardavi esibirsi nelle sue piroette e ti dicevi: beh, ma allora si può ancora fare! Sta qui, secondo me, l’unicità del personaggio. Che fatalmente rimpiangeremo”.
Ma non credi abbia aspettato troppo a ritirarsi?
“Ne parlavo ieri con Giacomo Agostini, che pure si congedò dalla moto non appena si rese conto di non poter più lottare per la vittoria. Ago mi ha detto: forse Rossi poteva smettere prima, ma se non sei stato un Campione non puoi capire l’angoscia del day after, il pensiero che la tua vita sta per cambiare e per sempre. È un peso psicologico tremendo. Figurati per uno come Vale, che sta sul palcoscenico dal 1996”.

Rossi è un grande tifoso dell’Inter. La Beneamata domenica sera gli farà il regalo vincendo il Derby d’Italia?
“Ne dubito. La Juve non gioca bene ma vince, nel perfetto stile Allegri, che in fondo è stato richiamato per questo. L’Inter senza Conte è una squadra asimmetrica, ancora deve trovare un suo equilibrio. Ma guarda che la partitissima di domenica è un’altra. È Roma-Napoli”.

In che senso?
“Beh, se Spalletti batte anche Mourinho, poi mi dici chi lo va a prendere…”

di Daniela Bertoni