L'accento è quello veneto, ma lui è di Chieti. Dallo Scalo è partito che era un ragazzino di 15 anni con una valigia piena di speranze; è tornato in Abruzzo a 55 anni dopo una vita passata al nord, correndo dietro un pallone. In particolare a Vicenza. Lui è Luciano Miani, 58 anni, teatino doc, famoso nel mondo del calcio per aver preso il posto di Antognoni nella Fiorentina dopo l'incidente con Martina nella stagione 1981-82. Un giocatore dalla doppia vita: è nato libero per poi trasformarsi in centrocampista. E' cresciuto nella Juve, tra Torino e Villar Perosa. Ma nel 1982 dopo che la Fiorentina ha perso lo scudetto all'ultima giornata, superata al fotonofinsh dai bianconeri, ebbe l'ardire di affermare: "Meglio secondi che ladri". Oggi Luciano Miani, di nuovo papà da poco meno di un anno, scrive il quotidiano Il Centro, sta vivendo una seconda giovinezza ed è il responsabile del settore giovanile della Rc Angolana e nel giro di qualche anno è riuscito a tirare fuori buoni risultati dal vivaio nerazzurro. Miani, dove ha iniziato a tirare calci al pallone? «Al River 65. Poi, a 15 anni, il grande salto. Da Chieti alla Juventus, il massimo per me che ero tifoso bianconero. E' stata una nidiata buona. In quel gruppo c'era Paolo Rossi, Brio, Marangon, Verza e altri ancora». Un sogno che si avvera. «Pensi che alle medie, a Chieti Scalo, facevo la raccolta delle figurine Panini. Andavo pazzo per Pietro Anastasi. Dopo un paio di anni ero a Torino che mi allenavo con lui». Lei era un libero. «All'epoca, il libero doveva difendere e impostare l'azione. Servivano piedi buoni». Poca gloria in prima squadra. «Solo qualche panchina in serie A e in coppa Uefa. Ero in stanza con Altafini. Era a fine carriera, ma ogni volta che entrava faceva gol». La Juventus l'ha mandata un po' in giro. «A Cremona, in serie C. Poi, a Terni, in serie B. E, infine, terminato il servizio militare, a Vicenza, in serie A. C'era Gb Fabbri. Ed è stato lui che mi ha cambiato ruolo facendomi diventare un centrocampista». Era il “Real” Vicenza. «Giocavamo un buon calcio, paragonabile, fatte le debite proporzioni, al Barcellona di Guardiola. No, non sto bestemmiando. E' proprio così, ci sono punti in comune tra le due scuole calcistiche». Tutti parlano bene di Gb Fabbri. «E' stato ed è un grande. Gli vogliamo tutti bene, ogni tanto facciamo una rimpatriata. E' stato un innovatore senza tirarsela più di tanto, a differenza di tanti colleghi». Lei, un po' alla volta, è diventato un jolly. «Ho giocato dappertutto nella mia carriera. Anche in porta. Era la stagione 1980-81, giocavo con l'Udinese e ad Ascoli Della Corna si fece male. Avevamo esaurito le sostituzioni e andai io tra i pali. Ricordo che fu il compianto Pazzagli a darmi i guanti». Lei da Vicenza passò all'Udinese, nel 1980. «Mi volle Dal Cin. C'era Sanson, quello dei gelati, presidente. E' morto da poco, gran brava persona. A quei tempi portavo i capelli lunghi, uno scandalo agli occhi dei tanti. E lui, Sanson, ogni volta che veniva in ritiro mi sventolava un assegno di 600mila lire e mi diceva: "Se ti tagli i capelli sono soldi tuoi". Ma io sono rimasto con i capelli lunghi». Da Udine a Firenze, nel 1981. «Mi volle Tito Corsi con cui ero stato a Vicenza. A Firenze sono stato tre anni, molto intensi. Ancora oggi mi invitano sempre ai raduni delle vecchie glorie». E lei fu quello che sostituì Antognoni vittima dell'incidente con Martina in Fiorentina-Genoa. «In realtà non è così, perché io ero titolare anche quando Antognoni stava bene». Un falso mito. «In realtà un fondo di verità c'era. All'epoca non c'erano i numeri personalizzati.
E il 10 di Antognoni non lo voleva nessuno, da Pecci a Graziani tutti dissero no. Un giorno De Sisti venne da me e mi chiese: "Ti dispiace se ti do la 10 di Antognoni?". E io: "No, mi dispiacerebbe se lei mi volesse dare la 13 o la 14…". E da qui nacque la storia di Miani sostituto di Antognoni». Scudetto sfiorato. «Scudetto scippato, la correggo. E non immagina quanto mi costa fare questa affermazione». Da qui "Meglio secondi che ladri". «Ero inviperito. Quello scudetto avrebbe potuto cambiarmi la vita tra premi e prospettive di carriera». Nella stagione successiva ancora Juventus-Fiorentina. «E un'entrata da dietro di Platini mi fece saltare la caviglia. Rimasi fuori otto mesi. Se avessi fatto io quel fallo al francese sarei passato per un killer. Invece, l'ha commesso lui e nessuno ne ha parlato. Fu una mazzata tra capo e collo». Che cosa cambiò? «Che fisicamente quell'incidente condizionò il mio finale di carriera. Dopo Firenze andai ad Arezzo per il vil denaro. Poi, ancora Cagliari, Alessandria e di nuovo Vicenza». All'epoca non c'erano procuratori. «No, facevo tutto da solo. Ricordo ancora il primo contratto. Presi più soldi di quanti me ne aspettassi. Solo nel 1985, quando ero a Cagliari, mi feci dare una mano da Moreno Roggi nella trattativa». Ha rimpianti? «Sono contento della mia carriera, ho giocato nel calcio degli anni Ottanta amato da tutti. Anche oggi. Era un calcio leader in Europa. Però, tornassi indietro…». Che cosa farebbe? «Di certo, da giovane non avrei fatto pressione sulla Juventus per andare a giocare. Mi sentivo chiuso da Scirea, non avevo grandi prospettive. E chiesi di andare via. Potessi tornare indietro, beh, non lo rifarei. Avrei fatto di tutto per restare nella Juventus. Quando sei in una grande squadra ci devi restare finché puoi». Di quel gruppo nella Juventus con chi è rimasto in contatto? «Con Cabrini e Paolo Rossi in primis. Ma anche tanti altri». Il giocatore più forte con cui ha giocato? «Antognoni, Passarella e Paolo Rossi». Passarella? «Certo, l'argentino era una bestia. Un concentrato di tecnica, forza e personalità». Il miglior allenatore che ha avuto? «Il primo Trapattoni era uno spettacolo di uomo. E poi Gb Fabbri mi ha fatto esordire in serie A. Mi ha fatto diventare un giocatore di calcio». Con chi ha litigato? «Con Renzo Ulivieri, a Vicenza. Mi aveva puntato già dai primi giorni di ritiro e mi massacrava ogni cosa che io facessi. E allora a novembre andai dalla società: o io o lui. E dire che gli ho presentato io quella che è l'attuale compagna…». Ancora rancore? «No, al contrario siamo diventati buoni amici con il tempo». Anni Ottanta pochi soldi rispetto alla serie A di oggi. «A quell'epoca prima dovevi dimostrare e poi prendevi i soldi. Altro calcio, altro mondo». Meglio il calcio d'oggi? «Il calcio è cambiato, come è cambiata la vita. Ma la gente anche oggi ricorda gli anni Ottanta con nostalgia e affetto. Ovunque c'erano stadi pieni. Sì, era un calcio più bello».