Era il mio primo Festival. Anche il suo. Trent’anni fa. Lui, in gara per la categoria giovani e dopo aver interpretato la sua canzone, non aveva fatto come tutti gli altri posizionati ed emozionati nei loro camerini. Era uscito dal retro del Teatro Ariston dove ad aspettarlo c’erano almeno una decina di persone. Non erano fans. Erano i componenti della famiglia romana Ramazzotti al completo con il valore aggiunto di qualche parente e amico intimo. Era quasi mezzanotte. Il gruppo raggiunse l’Hotel Globo (un tre stelle con poche pretese) dove il proprietario aveva allestito la sala per la cena, malgrado l’ora tarda. Sapevo che sarebbe arrivato e l’avevo preceduto perché volevo intervistarlo. Eros Ramazzotti era ancora il classico “giovane nessuno” che tentava di sfondare in un ambiente complicato dove ancora non esistevano le piste di lancio tipo X Factor o Amici. E allora perché parlare con lui? Semplice. Mesi prima davanti a un buon caffè napoletano Pino Daniele mi aveva messo in guardia: “Fai molta attenzione, quando andrai al Festival, a un ragazzo di Roma. E’ giovane, ma già molto bravo e con un timbro di voce particolare. Farà carriera. Io un poco l’ho adottato anche se è uno juventino perso…Sai per un napoletano come me!”. Pino era un grande davvero. Aveva ragione. “Terra Promessa”, la canzone di esordio di Eros era sul serio molto bella e lui decisamente bravo anche se scenicamente ancora un po’ troppo legato. Vinse l’edizione giovani e apprese la notizia mentre, a tavola, lui ed il suo clan erano impegnati con gli spaghetti aglio e olio. Brindarono con spumante italiano. Invitato, mi unii all’allegra compagnia.

In questi trent’anni ci siamo incrociati un buon numero di volte negli stadi di mezza Europa dove teneva il suo concerto, in quelli dove giocava la Juventus o in altri dove si esibiva lui con la nazionale cantanti della quale oggi è anche presidente. Questa sera, parallelamente alla seconda parte della sfida tra campioni, Ramazzotti sarà sul palco dell’Ariston dove verrà festeggiato e premiato per la sua strepitosa carriera che, proprio come ieri per la Pausini, ha permesso alla canzone italiana di farsi onore nel mondo. Una settimana speciale per Eros nella sua triplice veste di autore, giocatore e tifoso. Anche lui “sente” Juventus-Napoli e non vede l’ora che sia sabato: “Intanto vorrei che Pino fosse ancora qui con noi. Alla vigilia di un evento così importante sarebbe stupendo poterci sfottere come facevamo sempre e questa volta, come tifoso, dovrei ammettere di non essere troppo sereno. Questo Napoli mette paura. E non solo per i risultati ma perché, anche come società e come tifo, sembra essere maturato al punto giusto e comunque è diverso da quello fatalista e umorale di un tempo. Però noi siamo la Juventus, cioè una cosa a parte a livello internazionale e nessuna altra società in Italia è pari alla nostra. Siamo caduti, certamente. Ma ci siamo rialzati in fretta e con Andrea Agnelli andremo sempre più in alto. Conosco il presidente da quando era ragazzino. Un autentico innamorato dei colori bianconeri che non tradirà mai come avrebbero voluto suo padre Umberto e suo zio Gianni. L’ho incontrato recentemente e gli ho detto che l’inno scritto da me per la Juve è pronto. Non è stato facile perché dopo il “Grazie Roma” di Venditti era complicato azzeccare un motivo altrettanto valido. Spero di esserci riuscito. La prossima settimana Andrea lo ascolterà e potrà decidere. Capisco il suo imbarazzo perché anche l’attuale inno è bello oltre a essere conosciuto in tutto il mondo. Intanto ora badiamo a vincere con il Napoli e che Pino mi perdoni”.
 
Anche questo è Sanremo. Un fenomeno italiano che tutti dicono di disprezzare o, perlomeno, di snobbare. Salvo poi leggere i dati di ascolto della prima serata: punta con 21 milioni di telespettatori per uno share record del 53 per cento. Quanti Pinocchio italiani…!