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Mi innamorai del calcio come mi sarei innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé.
Nel maggio del 68 (una data significativa, naturalmente, ma è tuttora più probabile io pensi a Jeff Astle piuttosto che a Parigi), poco dopo il mio undicesimo compleanno, mio padre mi chiese se mi sarebbe piaciuto andare con lui alla finale di Coppa fra West Brom ed Everton; un collega aveva offerto un paio di biglietti. Gli dissi che il calcio non mi interessava, neppure la finale di Coppa - il che era vero, per quanto ne ero consapevole - ma rimasi comunque incollato alla televisione per l'intera partita. Alcune settimane più tardi guardai, incantato, l'incontro Manchester United - Benefica, con mia mamma, e alla fine di agosto mi alzai presto per sentire com'era andato lo United nella finale della Coppa Intercontinentale. Amavo Bobby Charlton e Gorge Best (non sapevo niente di Denis Low, il terzo della Santissima Trinità, che aveva saltato l'incontro con il Benfica a causa di un infortunio) con un ardore che mi aveva preso completamente di sorpresa; durò tre settimane, finché mio padre non mi portò a Highbury per la prima volta.
Cominciamo con uno dei più bei passi di “Febbre a 90” di Nick Hornby per presentare una partita che non è solo tale: chi ha letto il libro, infatti, non può non essersi innamorato a distanza di quell’Arsenal tanto decantato. Chi, poi, segue il calcio inglese da tempo si ricorderà le imprese dei Gunners a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90: non sempre memorabili in senso stretto del termine. del resto le disavventure fuori dal campo (ma anche dentro con qualche rissa) condotte dai vari Adams, Dixon, Wright, Wintherburn, Merson etc. non possono di certo essere esempi di buona condotta, ma hanno accomunato in risate le chiacchierate calcistiche di quei tempi. Anche questo è calcio, non ce ne abbia un benpensante.
L’Arsenal incarna questi ricordi, e il fatto che l?udinese ci giochi contro è, in effetti, un traguardo. O meglio un nuovo punto di partenza, un a bandierina nell’immenso campo degli avvenimenti bianconeri che segnano la storia e la segneranno. Guai a pensarla come una gita premio per quello che si è fatto: nel calcio non esiste lo spirito di partecipazione. Conta vincere e fa rabbia sapere che alla sfida delle sfide ci si presenta con una squadra inferiore rispetto a quella dello scorso anno. Cosa dovrebbe dire l’Arsenal, ribatte qualcuno: nulla, è per questo che ci sentiamo accomunati con i tifosi londinesi. terribilmente abituati a scelte non sempre condivise del club. Entrambi presi a modello dal di fuori (finché le cose vanno bene), entrambi sempre considerati eterni incompiuti dal di dentro. Anche se l?Arsenal ha vinto tanto le manca come il pane la consacrazione internazionale. All’Udinese manca ancora quella nazionale.

Oggi è il giorno della sfida: da quando ci siamo innamorati di questi colori l’abbiamo sognata. Però non per questo si è arrivati qui con modestia. Siamo la quarta potenza del calcio italiano (del povero calcio italiano, a pensarci bene) e come tale vorremmo essere considerati.
In campo pretendiamo che la squadra dia tutto perché, pur non avendo colpe delle scelte di mercato è costretta ad accollarsele. Non importano le giustificazioni e, in fin dei conti non importa nemmeno cosa ci si gioca: l’importante è avere sempre la stessa mentalità: vincente.

Guidolin ci ha provato a inculcarla. Lo ha fatto, bisogna vedere ore, nel momento più importante, quanto hanno contato anche altre vicissitudini. Per ora la squadra non ha brillato, ma non si possono dare giudizi sulle amichevoli. Non è giusto.
La cosa più bella? che tutto il gruppo sia volato a Londra. Perché questa possibilità se la sono sudata sul campo, quello dove devono andare contro ogni difficoltà.

Mi innamorai del calcio così come mi innamorai delle donne, ha detto Nick Hornby: ebbene, oggi aggiungiamo che mi innamorai del calcio perché si deve lottare sempre per conquistare qualcosa. E da piccoli è più bello vincere, uniti contro tutti, anche con chi non crede che un piccolo passo ulteriore farebbe diventare tutto più bello.