Commenta per primo

«Noi, dalla periferia all’impero. Il modello Udinese è irripetibile».
Pozzo: «I top player non possiamo prenderli, così li creiamo».

Gianpaolo Pozzo è a un passo dall’Europa League con l’Udinese. È in finale con il Watford per andare in Premier League. Ed è vicino alla salvezza nella Liga con il Granada. Pozzo, ma quanti giocatori avete a libro paga?
«Circa 120. Cerchiamo i giovani per valorizzarli e facciamo come quelli che piantavano i pioppi: bisogna aspettare a venderli».

Nell’attesa è meglio comprarsi altre squadre?
«È un percorso obbligato, perché da noi le seconde squadre non si possono avere e la B e la C faticano ad andare avanti».

Anche lo stadio nuovo è un obbligo. Ma dopo la Juve ci siete solo voi, come mai?
«Molti potrebbero essere ristrutturati come il nostro. Penso a Firenze: ne vogliono fare uno nuovo, ma il Franchi lo demoliscono per metterci cosa? Lo stadio, se si vuole, si può fare. Il nuovo Friuli sarà pronto tra un anno e ci darà 4-5 punti in più».

Lei vive in Spagna, suo figlio Gino a Londra. Avete squadre fuori e osservatori in tutto il mondo: siete considerati ancora periferia del calcio?
«I numeri parlano chiaro: siamo una realtà di periferia. E i giocatori da 40 milioni non li possiamo prendere, semmai cerchiamo di costruirli. Del resto anche Ibrahimovic è stato giovane...».

Come sta il calcio italiano?
«Anche se non sembra, ha fatto dei passi importanti. Pensiamo al rigore amministrativo: se non si pagano stipendi e tasse arrivano le penalizzazioni. Non è una novità da poco».

Ci piangiamo troppo addosso?
«Io conosco bene la Spagna e posso dire che noi siamo molto più avanti. Non abbiamo gli stadi, questo è il vero punto. E ci siamo complicati la vita con la legge Pisanu: andare a vedere una partita è peggio che fare domanda per il passaporto».

Lei è entrato nell’Udinese quattro mesi dopo l’arrivo di Berlusconi al Milan nel 1986. Avete qualcosa in comune?
«La realtà economica è molto diversa, ma mi sento molto vicino a lui nella gestione dell’azienda calcio».

Anche lei si considera un intenditore?
«Ognuno deve fare il suo mestiere. Berlusconi non ha tempo di seguire tutto, quindi può anche intendersene, ma è come un pianista bravissimo, che perde la mano se non si esercita».

Moratti dedica più tempo all’Inter: le sembra un intenditore anche lui?
«Lo ritengo una persona capace ed equilibrata, che sa fare calcio. Però se non si ha la fortuna di avere un bel gruppo di gente che ti aiuta, non si riesce mai a fare le scelte».

La Juve di Agnelli cosa rappresenta?
«Un esempio da imitare: una società che ha risorse importanti e le gestisce bene».

Per Guidolin vede un futuro «alla Ferguson» come manager?
«È quello che io mi auguro: questa è un’azienda come un’altra e tutto è basato sull’abilità delle persone».

Tre anni fa lui aveva iniziato malissimo ma lei lo ha confermato. Un’anomalia che ha pagato, le pare?
«Devo essere sincero: se avessimo preso un giovane senza curriculum non so se l’avremmo tenuto».

I giovani non funzionano in panchina?
«Le persone bisogna conoscerle. Moratti con Stramaccioni non ha fatto una scelta sbagliata, perché ha potuto valutarne prima le capacità. Gli allenatori bisognerebbe farli crescere come i giocatori...».

Ma se lei chiedesse a Zola del suo Watford di venire in Italia forse gli farebbe un dispetto, non crede?
«Per quanto ne so è molto contento di stare in Inghilterra. E io andrò a Wembley a vedere la finale col Crystal Palace».

Se il Watford va in Premier diventerà il vostro business principale?
«Ci sarebbero 70 milioni di ricavi in più, ma anche l’Italia non è da buttare via. L’importante è fare le cose meglio e copiare dagli altri quelle che vanno bene».

I 15 milioni che spende più volentieri sono per gli osservatori?
«Quella cifra comprende molte altre voci, ma sicuramente sono i soldi spesi meglio».

Il vostro segreto nella caccia ai talenti qual è?
«In ogni parrocchia abbiamo un nostro cappellano...».

Muriel è il nuovo Sanchez?
«Non ho mai visto uno che vede la porta come lui, ma va lasciato crescere».

L’Inter, contro cui domenica vi giocate l’Europa, vuole tornare a vincere puntando sui giovani. Ha qualche consiglio?
«L’obbligo del risultato ti costringe a prendere soprattutto giocatori collaudati. Il modello Udinese non è trasferibile nelle grandi realtà».

Lei oggi vive di calcio?
«No e nessuno ci riesce. Ma se lo fai bene, diventa un altro ramo d’azienda. Il cuore operativo di tutto è mio figlio Gino. Ma io mi diverto ancora: la mia stagione è ancora lunga».