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L’incontro di giovedì 6 ottobre a Nyon è servito a diffondere l’immagine di una pace di facciata. Nella sede dell’Uefa il neo-presidente del calcio europeo, lo sloveno Aleksander Čeferin, ha avuto un faccia a faccia con lo svedese Lars-Christer Olsson, presidente dell’European Professional Football Leagues (EPFL). In apparenza, un appuntamento d’ordinaria diplomazia fra il capo appena insediato del calcio europeo e il massimo dirigente dell’organismo che raccoglie le leghe professionistiche europee. Ma in realtà le cose non stanno così.

Il comunicato pubblicato sul sito dell’EPFL riferisce di una “discussione costruttiva” tra i due presidenti, ma sembra tanto una formula di prammatica che minimizza il protrarsi di uno stato di tensione non risolto. E l’assenza dal sito Uefa di un analogo comunicato dedicato all’incontro fra i due presidenti è un segnale che Olsson, purtroppo per lui, coglie molto bene. Lo svedese, dell’Uefa, è stato segretario generale dal 2003 al 2007, dopo esserne stato responsabile per il calcio professionistico e il marketing a partire dal 2000. A volerlo in Uefa era stato l’allora presidente suo connazionale Lennart Johansson, e a sostituirlo nel ruolo di segretario generale è stato un certo Gianni Infantino. Dunque Olsson conosce le logiche di governo dell’Uefa, e ha capito quale sia la piega che la confederazione europea sta prendendo in materia di “rapporti con gli stakeholder”. Laddove il riferimento agli stakeholder non è generico, ma anzi fa riferimento a una loro classe specifica: quella formata dai grandi club europei, sempre pronti a minacciare la secessione e la formazione di una superlega privata.

Proprio il tema dei rapporti con le società big del calcio continentale aveva acceso di polemiche, nelle settimane precedenti, i rapporti fra Uefa e Epfl. In particolare, a destare preoccupazioni nell’associazione delle leghe è la nuova formula della Champions League che entrerà in vigore a partire dalla stagione 2018-19, con la partecipazione alla fase a gironi assicurata a quattro club provenienti dai campionati più ricchi e competitivi. Un progetto che già al momento in cui è stato annunciato ha destato allarme nell’Epfl, e che soltanto il giorno prima dell’incontro fra i due presidenti a Nyon è stato definito da Olsson “le fondamenta per la costruzione della Superlega europea”.

Rispetto a queste paure esternate dall’associazione delle leghe continentali, non è dato sapere se e che tipo di rassicurazione possa aver dato Čeferin a Olsson. A occhio, direi nessuna. Dunque c’è da aspettarsi che i contrasti fra le due organizzazioni proseguano nei prossimi mesi. E in ballo non è soltanto lo specifico tema della massima competizione europea del club. Piuttosto, il vero conflitto riguarda quale delle due organizzazioni debba accaparrarsi il ruolo ancillare verso i grandi club europei. I quali, prima o poi, la Superlega europea la faranno. E a quel punto dovranno soltanto decidere se mantenere delle relazioni con i soggetti istituzionali del calcio, a loro volta in crisi di peso politico e di rappresentanza. In questo senso, sono proprio le leghe nazionali a mostrare la condizione di più profonda crisi. Sorte come associazioni fra i club, esse hanno sempre fondato la forza e il potere sul fatto di avere nei propri ranghi i club più forti sul piano nazionale e internazionale, quelli che fanno da forze trainanti sul piano sportivo e su quello economico. Scoprire che quegli stessi soggetti vadano a negoziare per conto proprio con l’Uefa, scavalcando il livello delle leghe, è un trauma che prelude alla morte delle stesse leghe, o quantomeno a un loro pesante depotenziamento. E in un passaggio come quello che si sta consumando, la cosa più straordinaria è che le leghe stesse non se la prendano coi loro club, ma con l’Uefa che istituisce con quelli un canale negoziale. Segno di debolezza che più palese non si può.

Ma nemmeno l’Uefa, dal canto suo, rimedia una gran figura. Leggendo le varie tappe della trasformazione dal format dell’ex Coppa dei Campioni a quello della Champions League prossima ventura, non si può che registrare una sempre più indecorosa calata di braghe nei confronti dei grandi club europei. Ai quali ormai basta bisbigliare la parola “secessione” per ottenere tutto ciò che vogliono.

Dunque, il vero oggetto del contendere non è il disegno di una manifestazione basata sempre meno su criteri sportivi e sempre più sul potere del denaro, ma il ruolo di servitù nei confronti delle big europee del calcio. Che ovviamente stanno osservando con grande compiacimento questa lotta fra attori istituzionali depotenziati del calcio europeo. Sapendo che potranno alzare sempre più la posta, e liberarsi di entrambi come zavorre quando non ne avranno più bisogno.
@pippoevai