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Ho sempre pensato che il nostro, sul piano tattico, fosse il campionato più interessante del mondo. E gli allenatori che arrivano da fuori, specie se anche da calciatori non hanno conosciuto il campionato italiano hanno bisogno di un periodo di acclimatamento più o meno lungo. Si parla di questioni ambientali e di tensioni che da altre parti non ci sono; può darsi. Credo però che le difficoltà maggiori nascano dalla varietà tattica, dal numero dei sistemi di gioco e dagli adattamenti ai sistemi di gioco classici che troviamo nel nostro campionato. 

Allenatori di grande esperienza e di grande valore (dimostrato all’estero) hanno avuto notevoli difficoltà: uno per tutti, Carlos Bianchi. Ma anche l’esperienza di Luis Enrique non è stata esaltante se dopo un anno è tornato in Spagna e oggi allena il Barcellona; e neppure il passaggio di Benitez (Inter e Napoli) sembra aver lasciato grandi tracce, eppure oggi è al Real Madrid. Mourinho quando lasciò l’Inter, lui che non ha mai rimpianto nulla, ebbe a dire: “Del campionato italiano mi mancherà la guerra tattica”. 

Semmai avevamo un problema di spettacolo, se è vero come è vero che la tattica spesso bloccava le squadre impegnate troppo nel non far giocare gli avversari. C’è stato un periodo (troppo lungo) del “corti, stretti e ripartenza” e lo spettacolo ha sofferto. Oggi si rischia di più, oggi si accettano momenti di difesa in parità numerica, oggi tutte le squadre, tutte, “giocano”. Anche le piccole perché è passata l’idea che per fare risultato con le grandi devono fare più cose, giocare di più. 

Io credo che questo lungo passaggio del nostro paese, attraverso una crisi che sembra non avere fine, con riflessi quindi anche sui nostri club, almeno da parte degli allenatori sia stato affrontato nel modo giusto: si sono ridotte le risorse economiche, facciamo ricorso alle idee, che danni significa fare ricorso al gioco. E oggi stiamo assistendo a partite, oltre che interessanti sul piano tattico, belle sul piano estetico. 

Erano anni che aspettavamo un campionato di questo genere: le migliori in un fazzoletto e tanta incertezza. Troppi non si rendono conto che l’interesse non nasce da un campionato che a gennaio ha già definito la propria classifica. 

Non mi sento di fare lo “strolago di Brozzi” , non ne ho le capacità e non azzardo pronostici. Posso solo verificare, e la domenica passata ha detto che: la Fiorentina - pur perdendo con la Roma - c’è; che la Roma vista a Firenze (tutti sotto linea palla), riconquista la sfera nella propria trequarti e riattacca in spazi lunghi e larghi, c’è; che l’Inter c’è, per presenza e compattezza, che la Lazio è tornata (e non c’erano dubbi); che il Napoli c’è (e che Napoli!). Il Milan no, perché ha troppi pochi giocatori da Milan: lo scorso anno Pippo Inzaghi, oggi Mihajlovic, la verità è che per giocare a grande livello occorrono calciatori di grande livello e l’impressione è a molti del Milan pesi troppo la platea del Meazza.  

E poi il sentimento: sono tifoso dell’Empoli, del Carpi e del Frosinone, quelle squadre che non garbano a Lotito. Ma io sono ormai inguaribile e non riesco a non pensare che il fenomeno calcio oltre che agli aspetti tecnici ed economici, ne abbia un altro fondamentale: la passione e la fantasia dei tifosi; e il sogno. 

La presenza dei tifosi allo stadio: oggi c’è uno spettacolo degno di essere visto e se le presenze non aumentano, non si può parlare solo di stadi obsoleti e di sicurezza (tra le altre cose, negli ultimi anni, i feriti nei nostri stadi sono di gran lunga inferiori a quelli di Germania e Inghilterra). Credo occorra fare una riflessione sui costi del biglietto e sulla crisi che attraversa il nostro paese: perché se anche i costi fossero pari a quelli di Germania e Inghilterra, si deve considerare che lo stipendio medio del lavoratore italiano è di circa la metà rispetto a quello dei cittadini tedeschi e inglesi. E poi la baggianata della tessera del tifoso: noi siamo sempre stati contrari, lo abbiamo sempre dichiarato sia pubblicamente che all’interno delle istituzioni. Ora la Federazione si dice che stia tornando indietro. Oggi, siamo felici di avere avuto ragione, ma era troppo facile. 

Renzo Ulivieri, presidente Associazione allenatori, consigliere federale