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Parto un po' da lontano. Tra il 1905 e il 1915 Albert Einstein ha cambiato la concezione del mondo in modo completo e geniale. Ha detto che il tempo è relativo e non assoluto come pensava Isaac Newton, ha detto che lo spazio era curvo e la curva gli veniva data dalla cose che conteneva. Questa era e resta la gravità, una curvatura dello spazio, non una mela che cade da un albero. E disse anche che l'energia, quella di cui viviamo, è equivalente alla massa. Sono uguali, un cucchiaino di energia potrebbe dare la luce a New York per tre giorni. Ma una scoperta pazzesca contenuta nell'equazione più celebre della storia, cioè energia uguale alla massa moltiplicata alla velocità della luce. Non è difficile. L'energia arriva dal nostro peso moltiplicato per la velocità della luce che è circa 300 mila chilometri al secondo. 

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Ma Einstein non ebbe mai per queste rivelazioni eccezionali il premio Nobel. In Svezia la giuria temeva fosse più filosofia che scienza, più pensiero che realtà. Le più grandi scoperte scientifiche della storia, in sostanza, non sono state mai premiate. Quando qualche grossa firma cominciò ad agitarsi, fu deciso di ammettere Einstein al premio, ma non per la teoria della relatività, ma per aver inventato l'effetto fotoelettrico. Cioè la cosa benedetta di aprire il nostro garage quando siamo in macchina. Utilissima, ma lontana dalla bellezza universale e dall'importanza della teoria della relatività. 

Il Pallone d'Oro, ed eccoci al dunque, ha commesso lo stesso errore: ha premiato chi faceva più nome, chi aveva più certezze. Non chi lo avrebbe meritato. Il settimo Pallone d'Oro a Messi non aggiunge niente, né a Messi né al premio. Come quel Nobel resterà una brutta figura di tutti. E una infinita delusione per il povero Lewandowski.