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Francesco Rocca, allenatore dell'Under 20 italiana, ai microfoni di Te La Do Io Yokyo (centro suono sport 101.5, Roma).
 
Nel calcio essere seri e lavorare sembra una cosa strana. Si sceglie una professione e bisogna rispettare dei doveri ben precisi. Questa etichetta che mi era stata affibbiata del “sergente di ferro” non mi è piaciuta, io sono una persona come tutti gli altri, che lavora, lo sport è sudore, fatica e rispetto, per se stessi e per i tifosi. Se uno viene meno a queste cose fa un altro mestiere. Ogni giocatore ha un obbiettivo e siccome esistono varie fasce di professionisti, ognuno si colloca dove può e dove vuole in base alle sue qualità e potenzialità. I lavori duri non sono quelli dello sport ma altri.
 
Cosa pensi delle voci che ti vogliono vicino all'Under 21?
 
La scelta viene fatta dal Presidente generale o chi per lui. Io il mio dovere l'ho sempre fatto, io prendo uno stipendio ed è bene che lo faccia. Credo che un professionista debba rispettare se stesso e tifosi quindi deve essere perfetto, altrimenti fa un altro lavoro. Il mio dovere è essere propositivo per quelli che sono i lavori della federazione. Onestamente non è onesto giudicare un lavoro o un torneo andato male di un collega. Sto facendo solo il mio lavoro e lo faccio da tanti anni e ci tengo a ribadirlo, io faccio la mia professione nel rispetto mio e dei tifosi, poi deciderà la Federazione. 
 
Cosa ti è rimasto dell'esperienza con l'Under 20 in  Egitto?
 
Un'avventura straordinaria, anche se i ragazzi non hanno interpretato bene il mio lavoro, non è facile attenersi alle regole che impongo, e a volte mi hanno preso in giro.