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Quattordici gol nel 2019, diciotto gol nel 2020, e nel 2021? "Punto sempre a migliorarmi, spero di segnarne almeno venti". Promessa firmata da Francesco Forte, l'attaccante del Venezia che a suon di reti sta trascinando la squadra di Zanetti in zona playoff in Serie B. Nell'anno appena passato solo Immobile e Caputo hanno fatto più gol di lui tra gli attaccanti italiani di Serie A, B e C. "Lo Squalo", lo chiamano: "Ai tempi della Primavera dell'Inter il telecronista dava i soprannomi a tutti i giocatori - racconta Forte in esclusiva a Calciomercato.com - Io gli ricordavo Alvaro Negredo, ex Siviglia e Manchester City, che aveva questo soprannome. E da quel momento hanno inziato a chiamarmi tutti cosi".

Diciotto gol nel 2020, terzo miglior bomber italiano dell'anno solare.
"E' il risultato di un lungo lavoro che porto avanti da anni e che ora sta ripagando. Non bisogna mai dimenticarsi di tutto quello che c'è dietro e lavorare sempre per migliorarsi".

Qual è il suo segreto?
"Cerco di giocare sempre a mille con l'obiettivo di uscire dal campo stremato, a prescindere che siano novanta minuti o tre. L'importante è sapere che ho dato il massimo".

17 aprile 2013, debutto in prima squadra nell’Inter di Stramaccioni contro la Roma. Se lo ricorda?
"Come fosse ieri. La data ce l'ho tatuata sulla pelle, è stato il raggiungimento di un sogno e il punto di partenza di un nuovo percorso. Quella volta mi ero promesso che un giorno sarei tornato in Serie A, magari con un'altra maglia. Ed è uno dei miei obiettivi".

In quella squadra c'erano Milito, Cassano, Pazzini... Chi era l'attaccante che le dava più consigli?
"Non servivano tante parole, bastava guardarli per migliorare. Te hai citato le punte, ma anche la difesa era piena di campioni: da Chivu a Samuel, passando per Lucio, Maicon, Zanetti... Da attaccante era difficile affrontarli in allenamento, perché se riuscivi a superarli si sentivano colpiti nell'orgoglio e... arrivavano le mazzate!".

È vero che prima di andare all’Inter era stato vicino alla Roma con tanto di visita a Trigoria?
"Sì, ed è il grande rimpianto della mia carriera giovanile. Mi sarebbe piaciuto giocare nella mia squadra del cuore. Ci sono andato molto vicino perché Stramaccioni, che all'epoca allenava gli Allievi Nazionali giallorossi, mi voleva portare a Roma. Eravamo a gennaio/febbraio, Strama sapeva che sarebbe andato via e infatti poi mi ha voluto all'Inter l'anno dopo".

Prima di arrivare in nerazzurro ha girato tutti i top club dilettantistici del Lazio.
"E' vero, sono stato un po' l'Ibrahimovic dei Dilettanti. Per quello parlo di rimpianto: ho fatto tanti gol e una discreta figura a livello dilettantistico, ma l'unica grande chiamata arrivata è stata quella dell'Inter. Cambiare spesso squadra è stata una costante che mi ha caratterizzato per tutta la carriera, e probabilmente mi ha penalizzato".

Cioè?
"Se posso dare un consiglio, ai giovani dico di mettersi in discussione anche se non si gioca e si fatica ad avere stabilità, perché cambiare troppo non fa mai bene. Sono esperienze che mi sono servite, ma mi è mancata continuità e lo dimostrano i numeri".

Che emozione è stata giocare contro la squadra per la quale faceva il tifo? 
"La notte prima non ho neanche dormito, era nell'aria che avrei giocato qualche minuto. Debuttare proprio contro la Roma è stata una grande emozione, dopo tanti anni in curva era come uno scherzo del destino. Poi quando si entra in campo spariscono tutti i ricordi, non esistono amici o squadra del cuore. Sono un professionista e ho dato il massimo".

E' riuscito a portare a casa una maglia?
"Al fischio finale sono praticamente saltato in braccio a De Rossi per prendere la sua. L'ho inserita alla mia collezione, è quella a cui tengo di più insieme alla 10 di Totti che ho ricevuto quando sono andato da piccolo fuori Trigoria".

Dopo diversi prestiti, nel 2018 finisce in Belgio al Waasland-Beveren.
"E' stata un'esperienza fondamentale, mi sono trovato in un ambiente nuovo e in una situazione diversa rispetto a quelle a cui ero abituato. Sia dentro che fuori dal campo: non c'era il concetto di gruppo o famiglia, lì finiti gli allenamenti ognuno andava per conto suo; alle 18 erano già tutti a casa e alle 21 a letto. La dieta è praticamente inesistente, ho visto giocatori mangiare lasagne prima di una partita".
In campo com'è andata?
"Per me è stata una stagione positiva perché mi sono confrontato con una piccola realtà in un campionato competitivo. Quell'anno ci siamo salvati senza problemi e io ho chiuso il campionato con 9 gol".

Ha il rimpianto di non aver mai avuto una possibilità in nerazzurro?
"E' una ferita che ancora brucia, ma devo essere onesto: la chance all'Inter ce l'ho avuta, purtroppo posso dire di essere stato io ad averla buttata. Mi è arrivata troppo presto, dovevo capire ancora alcune cose. Per esempio quando ero più piccolo sottovalutavo l'importanza degli allenamenti, magari avrei dovuto prenderli con più serietà. A quell'età ero contento perché giocavo nella Primavera dell'Inter, ma non pensavo di poter sfruttare l'occasione che mi era stata data. Paradossalmente ci credo più oggi che ho 27 anni che a 18".

La stagione scorsa ha fatto 17 gol con la Juve Stabia. È stato l’anno della svolta?
"Da un punto di vista mediatico mi ha acceso una lampadina su quello che stavo facendo, ma i momenti di svolta sono stati al Perugia e allo Spezia, dove avevo margini di miglioramento per fare qualcosa d'importante. In bianconero, per esempio, sono riuscito a ritagliarmi uno spazio importante nonostante avessi davanti a me giocatori come Gilardino, Granoche, Marilungo...".

Come tipo di carriera si rivede un po' in Ciccio Caputo?
"Per me lui e Lapadula sono degli esempi da seguire. I loro percorsi mi danno fiducia e stimoli per lavorare e cercare di avvicinarmi al risultato che hanno ottenuto loro".

Oggi è a Venezia per conquistare la promozione. Qual è il segreto di questa squadra in zona playoff?
"L'allenatore è stato bravo a crearci questa identità che ci viene riconosciuta da tutti. All'interno del gruppo c'è uno zoccolo duro importante che ha aiutato i nuovi a inserirsi. Fa parte di un percorso che va avanti da più anni, dietro al quale c'è una società che ha fatto molti sforzi e che ci mette a disposizione qualsiasi cosa. Sta funzionando tutto bene, adesso siamo noi che dobbiamo cercare di andare avanti così fino alla fine".

Che allenatore è Zanetti?
"Moderno e con nuove idee. Un tecnico che cerca di inculcare la mentalità vincente ai suoi giocatori, e tutti noi lo seguiamo. Siamo un gruppo di ragazzi più o meno giovani, che vogliamo crescere e condividiamo la sua stessa fame di vittoria".

Qual è il compagno al quale è più legato?
"Io e Cremonesi viviamo tutti e due a Treviso, stiamo molto insieme e con lui mi trovo benissimo. E' un ragazzo eccezionale, come giocatore ha fatto una carriera importante e può dare ancora tanto. Quando si entra nello spogliatoio poi c'è complicità con tutti, anche con giocatori come Molinaro col quale abbiamo dieci anni di differenza. Cristian è fondamentale per la sua esperienza e per quello che può dare in campo".

Chi è il simpaticone del gruppo?
"Alessandro Capello, un ragazzo del quale in realtà si direbbe tutto il contrario. Anch'io quando l'ho conosciuto bene sono rimasto stupito da questo suo lato: è un giocherellone, il primo a fare una battuta durate un torello e a strappare una risata ai compagni. Ha tanto entusiasmo, ma spesso non ti aspetti la battuta da un tipo come lui".

Una promessa per il nuovo anno?
"Portare il Venezia più in alto possibile, cercare di centrare la promozione in Serie A. In questo momento stiamo alzando l'asticella, dobbiamo continuare a lavorare duro per mantenerla alta".

@francGuerrieri