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Walter Veltroni ha parlato del caso Moise Kean nel proprio editoriale su La Gazzetta dello Sport. Ve lo riproponiamo:

"Quale sarebbe la colpa di Moise Kean? Ha segnato un gol, un ennesimo gol. Come quelli che aveva fatto con indosso la maglietta azzurra, quella della sua nazionale, quella del Paese in cui è nato, di cui si sente figlio, di cui canta l’inno. Kean è italiano. Non è un ospite. Un suo concittadino, sulla Gazzetta di ieri, ha detto: «Giù le mani dal nostro ragazzo, un autentico astigiano, più solare e aperto degli altri piemontesi. È come se l’intera città avesse allargato le braccia a Cagliari. Ma davvero nel 2019 parliamo di questo?». Chi ha fischiato il semplice gesto di Kean, le braccia allargate, in silenzio, lo sguardo senza sfida, ha finito col fischiare Asti, il Piemonte, l’Italia. Chi fischiava, in fondo finiva col fischiare se stesso. In televisione si erano sentiti distintamente gli ululati quando Kean toccava la palla. È stato uno solo a fischiare? Uno, dieci, cento? Anche Kean è uno. Non ha fischiato, non ha ululato, non ha fatto gesti provocatori. Ha soltanto allargato le braccia, un segno che i cristiani conoscono bene, forse imparato all’oratorio «Don Bosco», quando giocava con i suoi amici ed era già bravo. Sua madre, immigrata da un Paese lontano, lasciata dal marito, ha fatto la domestica e tirato su due figli da sola. Una storia ordinaria statisticamente e straordinaria umanamente. Il colore della pelle del centravanti azzurro è diverso. Davvero, nel 2019, siamo diventati così stupidi e barbari da fischiare perché un giocatore ha la pelle di un colore diversa da quella di altri? Si deve ricordare una cosa fondamentale: chi fischia, chi ulula lo fa contro una persona, non solo contro un calciatore. Una persona. E se i tifosi sugli spalti ululano solo contro i giocatori neri, non contro gli altri, fanno del razzismo. Stiamo precipitando ogni giorno di più in una spirale di odio. L’anonimato, rifugio degli infingardi, consente di insultare sui social senza pagare pegno e di ululare tra la folla indistinta di uno stadio. Immaginiamo che si accenda improvvisamente la luce di un occhio di bue su chi fischia un essere umano perché è nero, bianco o giallo. Immaginiamo così la nostra coscienza, la nostra indisponibilità ad alzare le spalle o a sottovalutare ogni segno di intolleranza. È il nostro modo di difendere ciò che abbiamo a fatica conquistato. La libertà di poter essere uno diverso dall’altro".