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Non è vero ma ci credo. Così recitava il titolo di una commedia di Peppino De Filippo, ed è più o meno lo stesso lo stato d'animo del laziale dopo la vittoria sul Napoli. Olympia ha volato, magari più svogliata del solito, e sono arrivati i tre punti. D'altronde la scaramanzia nel calcio esiste da sempre, e anche i più razionali non rinunciano a una serie di piccoli riti da ripetere prima di ogni partita. Ma se il vaticinio di Olympia sta diventando sempre più una certezza, la migliore notizia arrivata dalla gara col Napoli è stato il ritorno ad altissimi livelli di Zarate. Questo sì inaspettato e, quindi, quantomai gradito. In quattro giorni la situazione dell'argentino si è capovolta. Dalla rottura con Reja a Cesena alle battute nello spogliatoio nel dopo-Napoli, col tecnico che, sorridendo, gli diceva: 'Finalmente mi hai fatto vincere una partita'.

Che Zarate sia un simbolo di questa Lazio, al pari di Olympia, è innegabile. Lo ha preteso lui stesso dall'inizio della sua avventura, salvo poi soffrire la troppa esposizione quando le cose cominciavano ad andar male. Ma i simboli non si discutono, si amano, e allora la Nord non gli ha mai fatto mancare l'affetto, anche nei momenti più difficili, quando non gli riusciva più un dribbling o gli allenatori preferivano fare a meno del suo estro e della sua anarchia. Peccato che da Zarate la Lazio non possa prescindere. Un po' per motivi economici - è costato 20 milioni - un po' perché, come ammette Reja, 'ha mezzi tecnici addirittura superiori a quelli di Hernanes'. Si credeva che l'arrivo del brasiliano l'avrebbe aiutato, spostando altrove i riflettori. In realtà Zarate quella luce la vuole.

È come un bambino al quale si chiede: in che ruolo vuoi giocare? E lui risponde: in attacco, perché voglio fare tanti gol. Con la differenza che i gol Maurito sa farli davvero, come ha dimostrato nel suo primo anno italiano. Reja l'ha capito e gli ha dato una chance da punta vera. La risposta è stata sontuosa, ma una rondine non fa primavera. Già a Parma è attesa la controprova. Per adesso chi non ha mai smesso di amare Maurito può godersi la sua felicità di domenica, quando i compagni lo abbracciavano, gli davano dei buffetti sulla testa e lo festeggiavano negli spogliatoi. È un giocatore umorale, si dice di lui. E allora quel sorriso può davvero significare l'inizio di una nuova era. Per Zarate Kid e per la Lazio.

(Il Tempo)