Pessima giornata. Un'altra partenza di quelle che provocano una fitta al cuore. Azeglio Vicini non ha potuto festeggiare la cifra dei suoi ottantacinque anni. Per poco più di un mese. Niente torta con le candeline, ma una rosa rossa. Quella che Ines, la sua inseparabile compagna di una vita, gli porgerà tra le mani immobili come estremo e delicato saluto. Arrivederci amore mio. La Romagna sarà tutta in piedi e nell'aria si potrà udire, come lieve sottofondo, un "liscio" di Raul Casadei. Perfetto come il "samba" per un congedo brasiliano. 

Siamo tutti molto tristi, ma anche "leggeri" perché la memoria viaggia lungo le strade del ricordo fatto di pagine che raccontano storie magari un po' sfigate, ma talmente ricche di autentica umanità tanto da essere leggendarie. Naturalmente, per restarne coinvolti in profondità, è necessario aver conosciuto bene Azeglio Vicini. Il ct, ma soprattutto l'uomo. Un italiano vero che fu "zio" di tutti esattamente come Enzo Bearzot fu "padre" collettivo anche se per la semplice ragione che il "vecio", a differenza di chi venne chiamato per sostituirlo, vinse l'inimmaginabile. Cosa che lo "zio" mancò per un soffio appena perché le stelle buone non gli diedero una mano. 

Ebbene, dai tempi dell'Under 21 più bella d'Europa a quelli di Italia Novanta e le sue notti magiche simboleggiate dallo sguardo sulfureo di Totò Schillaci, ho avuto con altri miei colleghi l'onore e la fortuna di poter frequentare assiduamente Azeglio e l'altra metà della sua famiglia ovvero la signora Ines che, fuori dal campo di lavoro, era la sua ombra. Per questo, oggi, mi piace e trovo giusto dire non tanto del Commissario Tecnico azzurro, utile per le statistiche, ma del candido romagnolo i cui incontri di lavoro e non si concludevano puntualmente davanti a un buon bicchiere di Sangiovese per mandare giù la piadina appena spadellata. Nascevano anche lì, in un bar di Cesena o nel dehort di un chiosco a Cesenatico, le sue strategie azzurre. 

Scriveva nomi e tattiche sulle salviettine di carta che poi si infilava nella tasca della giacca. Cimeli e reliquie che sarebbe stupendo poter aver conservato. Troveremmo i nomi di Zenga, Maldini, Giannini, Mancini  e Vialli. Poi anche quello di Baggio. I suoi ragazzi "covati" nella nazionale "minore", allevati con amore ruspante e poi destinati a rappresentare quell'Italia la quale mancò il Mondiale forse soltanto perché la presenza di Maradona nell'Argentina la rese irragionevolmente "nemica" al pubblico napoletano del San Paolo. Una beffa assurda specialmente per Azeglio che, italiano vero come un graduato dell'Arma sempre fedele, mai si sarebbe aspettato un atteggiamento simile sai suo "fratelli" di bandiera. Affogammo le tristezze nel solito Sangiovese, senza necessità di piadina quella volta. 

Poi arrivò Arrigo Sacchi e nulla fu più come prima. Le eredità, morali e pratiche, lasciate da Bearzot e da Vicini che sembravano essere state scolpite nella pietra in realtà si rivelarono essere state scritte sulla sabbia e vennero cancellate dalle onde del mare. Certamente non per responsabilità diretta dell'uomo di Fusignano, anche lui romagnolo, ma perché il calcio stava cambiando. Non più vino rosso sincero, ma cocktail fin troppo arditi. Non più "liscio", ma musica "metal". E oggi, tempo di grande confusione per il calcio e i suoi gestori, Dio solo sa quanto e come sarebbe indispensabile poter contare su un uomo come "zio" Azeglio.