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Iperboli e richiami alla battaglia, ma il “montepigrino” è l’ultima carta di Conte col Bayern.
Vucinic va all’assalto: il sogno Champions parte dalla sua trincea.
Bum! Ha sparato Vucinic: armiamoci e partite, si va alla pugna contro i crucchi, mordete ogni pallone e ogni caviglia, tendete imboscate a centrocampo, sciabolate cross, in guerra e in amore tutto vale purché io possa far due passi e appoggiare in rete. Bum! Aspetta che adesso gli risponde Conte. Se mai passano il turno sono pronti a invadere Marte, dopodiché non ci saranno più limiti. Sono una strana coppia, il mister tremendista e il calciatore pigro: tanto hanno fatto e soprattutto detto che cominciano, se non ad assomigliarsi, ad andare d’accordo. «Hai giocato di merda!». «Grazie, boss. Aspetta mercoledì sera». Fin qui il campione assoluto di iperboli era Conte. Il suo momento magico era stato quando aveva definito quella con il Siena “la partita della vita”. Con il Siena, penultimo in classifica, forte di un pericolo pubblico chiamato Rosina: la partita della vita. Per il Bayern, quando occorre la remuntada al barolo, non aveva più parole d’ordine e gli è venuto in soccorso il “montepigrino”: guerra! Tanto per tenere calmi gli animi e andare oltre gli editti del comandante in capo: “Scatenate l’inferno!”, “Trasformate lo stadio in una bolgia!”. Trasformatelo in una trincea, uscite con la baionetta in mano, colpite e sventrate, che poi io passeggio sui cadaveri e vado a vedere se han lasciato la porta aperta. Detto questo, il montepigrino è, in attacco, la carta più alta che Conte abbia a disposizione, l’unica con cui possa prendersi il piatto. Pare di vederlo, come un giocatore all’ultima mano, mentre riguarda quel che gli ha servito il mazziere, chiude, poi guarda ancora una volta. E di nuovo si ripete: «Giovinco non ha il fisico. Quagliarella ha i piedi, ma non la testa. Matri ha la testa, ma non i piedi. Anelka, chi me l’ha preso ‘sto qua?». Gli resta la quinta carta, quella che non scopri fino all’ultimo, che ti può comporre la scala o rendere tutto quanto un ammasso di anelli senza incastro e illusioni prive di costrutto. L’ultima carta: Vucinic. Auguri. Quando arrivò a Torino fu come se sul palco di Sanremo avessero annunciato: «E ora un ospite straniero che ha spopolato in tutto il mondo, una star che brilla nel firmamento internazionale, la voce che aspettavate, signore e signori…Goran Bregovic!». La curva (e la panchina) si attendevano il fantomatico “top player” e gli arrivava il secondo miglior marcatore in serie A nella storia del Lecce, quello che quando alla Roma gli urlavano: «Torna!» faceva segno di sì, ma con calma, si arrotolava i calzini, si allacciava gli scarpini, si sistemava i pantaloncini ed era quasi pronto, ma guarda, la palla è tornata da questa parte. La Juventus aveva quasi preso Aguero, stava a un passo da Benzema, Dzeko sorvolava la Mole, poi ha consegnato a Conte nientemeno che Vucinic. Per lo scudetto è bastato. La scorsa estate volevano affiancargli un fenomeno. Simon Kuper del “Financial Times” racconta che il procuratore di Van Persie abbia cambiato idea dopo aver letto le cronache del calcio scommesse e abbia dirottato il suo ragazzo su Manchester. Le mamme di Torino raccontano ai bambini la favola di Berbatov dirottato nei cieli d’Europa che stava per atterrare a Torino pur di evitargli Firenze. Conte racconta che avrebbe avuto bisogno di qualsiasi cosa non fosse stata Bendtner, per metterla a fianco della quinta carta e provare a fare scala al tavolo che conta, quello europeo. Invece gli resta soltanto quella: Vucinic l’incostante, Vucinic l’imprevedibile, Vucinic che scalcia i gol già fatti e fa quelli impossibili da calciare, che si assenta senza giustificazione e torna («Torna!») quando meno te l’aspetti. Vucinic che dice: «Noi ci crediamo, più ancora del pubblico». Il calcio è una fede non meno insana di altre. Come ogni fede produce inevitabilmente eresie. La loro funzione è quella di una valvola di sfogo: consentono alla pressione una via d’uscita differente dall’esplosione per eccesso di dogmatismo. Mostrano un’altra possibilità, poi evaporano, perché non erano contemplate né ammissibili. Eppure c’erano, erano l’ontologia della diversità, che consente l’avanzata di un universo altrimenti immutabile e fermo, per quanto in apparenza ribolla. E così nel calderone agonistico cucinato da Conte, van bene le corse a perdifiato degli esterni, il pressing degli interni, ma per vincere la guerra, o qualcosa che le assomiglia, l’arma finale rischia di essere il tocco dell’artista disamorato che nessun profeta ha vaticinato, nessun geometra disegnato e neppure lui pretende da se stesso.