Il semplice ricordo, da solo, non può bastare. L’addio che il calcio ha il dovere di dare a Beppe Bonetto, scomparso all’età di ottantatre anni, non può risolversi con il canonico saluto dolente ma formale che si è soliti riservare a coloro che ci hanno lasciato per raggiunti e ragionevoli limiti di età. Perché con lui cade inesorabilmente uno degli ultimi paletti con i quali era possibile difendere la dignità, l’eleganza, la trasparenza e anche un certo umanesimo filosofico che per il mondo del pallone risultano essere oggi qualità sempre più rare e preziose.

Ben oltre i luoghi comuni e le frasi di circostanza che fanno da colonna sonora per accompagnare chi non c’è più, in talune circostanze e per alcuni personaggi è doveroso togliersi dal capo il classico cappello e ammettere la perdita di un autentico maestro oltreché di un galantuomo. Un’operazione la quale, immediatamente dopo, presuppone che venga fatta salva la volontà di trasmettere con le parole e soprattutto con i fatti gli insegnamenti scritti e perseguiti dall’autore. In questo caso, appunto, da Beppe Bonetto. (foto ifabonetto.it)

Un personaggio che, personalmente, ho avuto il piacere di poter frequentare per almeno tre decenni e il quale mi ha permesso di conoscere e di apprezzare la parte sana dell’intero movimento. Il famoso calcio dalle mani pulite e dal senso di appartenenza ben sviluppato. Quello delle regole, agonistiche e manageriali, che andavano rispettate ad ogni costo e per il cui adempimento bastavano una parola e una stretta di mano. La parola di Bonetto e la sua stretta di mano possedevano il valore di un patto scritto con il sangue.

Il suo lavoro di general manager, culminato con l’apoteosi granata dello scudetto vinto dal Torino del presidente Pianelli e del tecnico Gigi Radice nel 1976, rimarrà per sempre un esempio di come sia possibile coniugare il successo con l’eleganza del fare e del dire, la sobrietà con la passione, l’agonismo con la sportività, gli affari con la correttezza professionale. Erano anni e stagioni, quelle, figlie di un Novecento intellettuale che poggiava ancora su valori antichi come quello del saper dire “pane al pane” e di chiedere “per piacere” o “scusa”. Inganno, truffa ed esagerazione erano termini usati e applicati da birbaccioni e da malandrini. Non dalle brave persone. Beppe Bonetto era una brava persona.

Non a caso, una volta lasciato il Torino perché il nuovo presidente Sergio Rossi avrebbe voluto affiancargli il più spregiudicato Luciano Moggi, nel suo nuovo ruolo di “agente” (badate, non di procuratore) Bonetto si trovò a rappresentare giocatori che, come lui, hanno sempre avuto una parola sola in campo e fuori. Peruzzi, Zambrotta ma soprattutto quel fenomeno di Paolo Maldini il quale non abbandonò mai in tutta la sua carriera il “dottore”, come il manager veniva definito da tutti nel mondo del calcio.

Ora sulle sue tracce rimangono il nipote Federico e il figlio Marcello. Uomini trasparenti e onesti come il loro “maestro” e forse per questo motivo non troppo adeguati e in linea con un ambiente dove trasparenza e onestà intellettuale sembrano essere diventati degli optional addirittura fastidiosi. Ma se davvero come predica il presidente del Coni, Malagò, insieme con altri autentici sportivi non troppo politicizzati il calcio ha necessità assoluta non solo di una riforma ma di una radicale trasformazione e se questo sottosopra salutare si realizzerà, allora anche la storia umana e professionale di un signore come Beppe Bonetto potrebbe tornare di grande attualità e trovare la giusta applicazione.

@matattachia