Da tempo l’Argentina inseguiva un grande successo internazionale: il paradosso è che tutti i tifosi dell’Albiceleste hanno sempre pensato che con un fenomeno come Messi in campo la vittoria prima o poi sarebbe arrivata; niente di tutto questo… l’ultimo trofeo di un certo peso della Seleccion è stata la Copa America del 1993, la seconda consecutiva. Prima ancora il Mondiale di Maradona del 1986 e quello vinto in casa con Kempes, Luque e Bertoni del 1978: lì Maradona non c’era, fu “costretto” a giocare il Mondiale U20 in programma nel 1979 in Giappone. El Pibe aveva diciotto anni e vinse a mani basse scatenando in patria un entusiasmo pari quasi a quello suscitato dal Mondiale maggiore. Era una squadra sensazionale con Menotti in panchina, Ramon Diaz, Garcia, Barbas ed Escudero. 

Ma da allora è stato il vuoto: molte squadre forti sulla carta, molti talenti che si sono concretizzati nei proprio campionati ma mai una soddisfazione dalla Seleccion. Fino a qualche giorno fa quando la Under15 argentina ha conquistato il trofeo sudamericano. Era dall’Under20 del 2007 che si attendeva una coppa da alzare e l’Albiceleste lo ha fatto nelle condizioni più difficili. Un paio di infortuni in corso d’opera hanno cambiato i piani tattici e la finale contro gli eterni nemici del Brasile era qualcosa di più di una semplice partita di calcio: l’Argentina, paese che ha una quantità di talenti enorme ma che molto spesso non li sa né individuare né canalizzare verso le squadre federali, arrivava per la prima volta nella sua storia a una finale Under 15. In un paese non facile che sta vivendo un momento molto complicato i responsabili della Seleccion giovanile hanno avuto diversi meriti. Diego Placente e il suo assistente Pablo Aimar (foto afa/instagram) hanno chiesto, e ottenuto, di anticipare la conclusione dei tornei Under 15 e di organizzare un lunghissimo campus di oltre un mese, a luglio. Un sacrificio non da poco per le squadre, per i ragazzi ma tutti hanno accettato il progetto: la squadra ha cominciato a trovarsi e a rispondere nelle amichevoli con notevole impatto. 

Al momento di scendere in campo nel campionato sudamericano l’Argentina degli Under 15 è andata in crescendo: tre vittorie nel proprio girone eliminatorio (ben diciotto gol segnati) ma anche due pareggi contro Cile e Uruguay mentre nell’altro girone il Brasile sgranocchiava qualsiasi avversario: cinque vittorie diciassette gol segnati e appena uno subito (dal Venezuela). Giocare in casa è sicuramente un vantaggio, ma non stiamo parlando di un pubblico di migliaia di persone sugli spalti; nella semifinale contro il Perù l’Albiceleste alza notevolmente il suo livello di gioco vincendo 4-1 e nella finale contro il Brasile, vinta 3-2, la squadra realizza il suo capolavoro. Una squadra praticamente perfetta capace di andare contro la sua stessa natura: nessuna espulsione e pochissimi cartellini gialli, mai una protesta né un cenno di tensione. Una squadra che ha giocato il suo calcio con la forza dei nervi distesi, anche quando il Brasile era avanti 2-0. In un Estadio del Bicentenario riempito all’ultimo istante grazie a un accesso gratuito e incondizionato i ragazzi argentini hanno fatto il miracolo con una rimonta subito definita storica dai cronisti sudamericani.
Fuoriclasse? Beh, diversi, alcuni dei quali straordinariamente maturi e forse già pronti per la prima squadra come Godoy, Orozco, Amione, Krilanovich. Il commento più bello dopo questa vittoria è stato di José Pekerman, l’ultimo CT argentino che vinse un titolo giovanile: “Il modo migliore di festeggiare e consacrare questo successo è quello di dedicare ancora maggiore attenzione al calcio dei più piccoli per fare in modo che nessuna risorsa venga sprecata. Arriviamo da una decade di incompetenza e di abbandono e non dobbiamo più permetterlo”.