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  • Bolognamania: Guaraldi, demolition man rossoblù

    Bolognamania: Guaraldi, demolition man rossoblù

    Tanto tuonò che piovve. I primi abboccamenti a inizio gennaio, l’accelerata attorno al 20 gennaio, poi la lettera dello stop e la cessione, il 7 febbraio, di Alessandro Diamanti al Guangzhou Evergrande di Marcello Lippi. Il Bologna di Albano Guaraldi ha così firmato un piccolo grande record in negativo: mai nella serie A italiana una squadra italiana aveva ceduto il proprio capitano a mercato in entrata chiuso. Un’altra macchia per questa società che ha praticamente concluso l’atroce smantellamento della squadra-gioiellino che due stagioni fa chiuse a 51 punti, preceduta dall’ormai immancabile bugia di Guaraldi. «Non mi interessa che il mercato cinese chiuda il 28 febbraio, Alessandro Diamanti rimane con noi e sarà con noi anche a marzo», aveva sentenziato la sera del 31 gennaio, dopo la chiusura del calciomercato italiano. E’ durata sette giorni e in fondo era andata anche bene: altre volte, come già documentato in questa rubrica, si era smentito coi fatti in un tempo anche minore.
     
    Ora, il presidente in versione demolition man ha completato l’opera, lasciando in dote al Bologna una squadra poverissima – che con un po’ di buona sorte e tanto senso tattico domenica scorsa ha portato via da Torino tre punti letteralmente d’oro – che rimarrà fino all’ultimo nelle melme della zona retrocessione. In due anni il Bologna si è squartato pezzo dopo pezzo, al punto che si può fare una formazione dei ceduti (o non confermati, sempre per ragioni economiche) che probabilmente sarebbe da Europa League: Viviano o Gillet in porta, Raggi a destra, Portanova e Britos al centro e Rubin a sinistra, in mediana Ekdal, Mudingayi e Taider e in avanti c’è l’imbarazzo della scelta, diciamo Diamanti-Ramirez dietro Gilardino, ma potremmo citare anche Di Vaio e Gabbiadini. Il tutto, oltre ad altre cessioni di secondo piano (compresa quella del gioiellino Capello all’Inter), porta a un totale di 50 milioni di euro incassati, ma il bilancio è sempre col fiato cortissimo.
     
    Questo perché il Bologna nelle ultime stagioni è stato gestito in modo dilettantesco, con un monte ingaggi abnorme che non ha fatto altro che arrotolare la società su sé stessa, rendendo inutili cessioni dolorosissime che in realtà avrebbero dovuto risanare molto di più i bilanci. Invece, una società di imprenditori che ha deciso di non investire più (all’ultimo aumento di capitale, versata una porzione minima dei 6 milioni deliberati) ha spolpato l’osso fin quasi alla fine. Cosa resta da vendere? Kone, metà Sorensen, l’altra metà di Taider. I canditi, poi, sono finiti, anche perché nel frattempo il Bologna si è ben guardato dal portare a casa qualche altro giovane di prospettiva per iniziare qualcosa che assomigliasse almeno a un circolo virtuoso. E invece nulla, solo macerie: conti in affanno, una rosa nella quale sono rimaste più spine che petali, una salvezza tutta da conquistare con l’unica prospettiva di soffrire allo stesso modo, se non peggio, l’anno prossimo. Una demolizione pezzo per pezzo di una squadra, ma soprattutto della grande passione di una città.

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