Giù le mani dallo spogliatoio. È questo il senso dei molti messaggi pubblicati via social network da atleti che militano nelle leghe professionistiche nordamericane, in risposta a quanto detto da Donald Trump per giustificare l'ultimo scivolone in tema di sessismo. Nel corso del secondo duello fra i candidati alla presidenza degli Usa, il concorrente repubblicano (se ancora lo si può etichettare così) ha liquidato le sue frasi udibili in un vecchio filmato come “battute da spogliatoio”. Con ciò intendendo che si sia trattato di espressioni pronunciate in un contesto molto informale e confidenziale, e perciò destinate a rimanere “nel chiuso” di quel contesto. Ma da molti atleti impegnati nelle leghe statunitensi, che dal riferimento si sono sentiti chiamati in causa, il paragone non è stato apprezzato.

Un articolo pubblicato dal quotidiano argentino La Nacion presenta una buona panoramica degli stizziti messaggi pubblicati in proposito via Twitter. L’argomento condiviso fra i testi è il rigetto dell’immagine che Trump dà dello spogliatoio di un club sportivo, etichettato come un luogo di machismo becero. Per esempio, il cestista NBA Kendall Marshall ha twittato: “Le avances sessuali prive di consenso non sono (tema da) chiacchiere nello spogliatoio”. Più o meno sulla stessa linea il tweet di Chris Conley (NFL): “Per la cronaca. Io lavoro in uno spogliatoio (ogni giorno)… Questo non è un linguaggio da spogliatoio. Affinché si sappia”. Il tenore degli altri messaggi è analogo. Una difesa generalizzata dello spogliatoio, che viene quasi elevato a istituzione del mondo dello sport. E certamente in queste reazioni incide anche un tic di correttezza politica che negli Usa è presente molto più di quanto sia dalle nostre parti, e di cui il mondo dello sport professionistico prova a farsi avanguardia. Ma cionondimeno bisogna chiedersi quanto giustificabile sia questa difesa aprioristica dello spogliatoio, come se davvero fosse un luogo dell’innocenza rispetto a comportamenti di carattere machista. Chiunque ne abbia frequentato uno, anche per un periodo breve, sa quale sia l’atmosfera dentro quelle quattro mura. Qualcosa di molto simile alla caserma, con tutto ciò che ne deriva. Soprattutto nei termini degli stereotipi che vengono alimentati riguardo sia alla sfera di tutto ciò che è femminile, sia all’immaginario dei rapporti fra uomini e donne. Ovviamente ci sono spogliatoio meno beceri di altri, né all’interno di ciascuno c’è l’uniformità di comportamento da parte dei singoli componenti. Ma sono numerosi i casi in cui la dimensione dello spogliatoio, col suo alimentare un senso distorto della fratellanza che sconfina nella mentalità del branco, ha determinato comportamenti individuali e di gruppo estremamente violenti verso le donne. Proprio negli Usa la casistica è vastissima, specie con riferimento al mondo del football. Basta fare una ricerca sul web, accoppiando al parametro “american football” le formule “rape”, “sexual assault” e “sexual harassment”, e ci si trova innanzi una quantità di pagine web la cui lettura richiederebbe mesi. Qualcuno sarebbe disposto a giurare che la dimensione dello spogliatoio non c’entri nulla?

Succede negli Usa come in Europa, dove gli scandali sessuali di vario tipo (compresi quelli conditi da videotape e estorsioni) affiorano a scadenze quasi fisse. E a fare da costante è un’idea secondo cui l’atleta sia quasi tenuto a avere una sessualità esuberante, ai limiti del predatorio. Allo stesso modo, fra atleti o ex atleti si finisce sovente col cementare un senso della solidarietà maschile e machista tale da far regredire persone adulte al rango di adolescenti. Ne è stato esempio lo sciagurato duetto fra Stefano Bettarini e Clemente Russo durante la corrente edizione del Grande Fratello Vip. Una circostanza che nel caso del pugile è stata doppiamente desolante, perché colpisce un personaggio che fino a quel momento si era distinto per impegno sociale, e per questo si era guadagnato meritata stima. A dimostrazione che certi vizi del machismo sportivo possono colpire anche le figure meno sospettabili. Vero è che nel caso del duetto fra Bettarini e Russo non si era nello spogliatoio di un club sportivo. E tuttavia è parso proprio di veder costituire fra i due un’intesa istintiva da spogliatoio che li ha portati a dare il peggio di sé.

Tutto ciò per dire che si può comprendere la difesa che gli sportivi fanno di un luogo comunque costitutivo della loro esperienza professionale e fondamentale per l’identità personale. Ma pretendere di spacciare quel luogo per un contesto immune da atteggiamenti machisti significa allontanarsi clamorosamente dalla realtà dei fatti. Fra le tante cose sessiste e politicamente scorrette che il candidato Donald Trump ha pronunciato da quando è entrato nella corsa per la presidenza degli Stati Uniti, questa sullo spogliatoio è davvero la più innocua. Se ne facciano una ragione gli indignati dello sport Usa.

@pippoevai