Chiudiamo l’argomento Coppa d’Africa con alcune annotazioni che riguardano le delusioni, ammesso che di delusioni si possa parlare. E’ il caso ad esempio dell’Egitto, allenato da quello che in Italia è ormai ribattezzato l’eterno secondo, l’ex tecnico dell’Inter Hector Cuper

Nemmeno in Africa Cuper ha rinunciato al suo cerimoniale che lo aveva reso famoso a Valencia: un pugno sul petto di ogni giocatore che si apprestava a entrare in campo. Secondo, sì, ma con una squadra non straordinaria, sicuramente inferiore a quelle che a oggi hanno conquistato ben sette edizioni della Coppa d’Africa e con una stella soltanto – Mohamed Salah – che ha dovuto cantare, portare la croce e sacrificarsi sia nel recupero che nell’impostazione arrivando spesso anche alla conclusione trovando alla fine tre gol. Da questa squadra, in tutta onestà, non ci si poteva aspettare nulla di più: fatale più che la finale è stata la semifinale contro il Burkina Faso che si è allungata fino ai rigori. E nella seconda parte del match contro il Camerun, quelle tossine e quella fatica, si sono fatte sentire. L’Egitto è crollato nel secondo tempo della finale soprattutto da un punto di vista fisico. 

Un paio di persone mi hanno scritto chiedendomi cosa ci fa il figlio di Trezeguet in Egitto… Beh, non si tratta del figlio di Trezeguet ma solo di un soprannome: il centrocampista egiziano (tesserato per il Mouscron) si chiama Mohamed Ibrahim Hassan ed è stato soprannominato Trezeguet dai compagni quando segnava a raffica con le giovanili dell’Al Ahly. Cuper in questa squadra ha avuto molti meriti: ha resistito per quasi due anni alla guida di una nazionale difficile in un paese difficilissimo alle prese con problemi politici ed economici enormi. E’ riuscito a rimettere la nazionale egiziana al centro dei pensieri e delle gioie della gente e ha notevolmente ringiovanito una rosa che ora può contare su diversi giocatori interessanti, tra i 21 e i 25 anni, che possono pensare alla prossima edizione della Coppa d’Africa con molte ambizioni. 

Una nota particolare la merita El Hadary, non solo materiale per le statistiche: un portiere che a 44 anni arriva a giocare una finale continentale battendo ogni record ma soprattutto riuscendo a essere decisivo in molte occasioni, merita di essere celebrato come un fuoriclasse assoluto. El Hadary chiude con 153 presenze in nazionale. L’Egitto con nove finali e quindici semifinali si conferma il paese più rappresentativo della Coppa d’Africa. Il Camerun con la sua quinta vittoria stacca il Ghana che è la vera grande delusione del torneo: finalisti dell’ultima edizione, battuti dalla Costa d’Avorio, le Black Stars non sono andate oltre una prestazione onorevole: sulla carta uno squadrone, sul campo un’illusione. Il Ghana ha sofferto sempre, sia nel girone di qualificazione che negli scontri diretti: contro la Repubblica Democratica del Congo ha rischiato grosso e contro il Camerun si è sciolto. Un peccato, perché individualità come quelle del Ghana sono straordinarie. Eppure, nonostante tanto talento, il trofeo non torna ad Accra dal 1982. 

Aveva impressionato, e molto nel corso della fase a gironi, il Senegal salvo poi farsi eliminare all’ultimo rigore dei quarti di finale dal Camerun per un errore di Mané. Bella squadra però: con un paio di talenti veri. Oltre a Baldé della Lazio anche il diciottenne Ismaila Sarr (Metz).