Vent'anni fa moriva Alberto Manzi. E chi era costui? Si chiederà più di un lettore. Manzi, maestro di scuola elementare (ma non solo) era il coautore-conduttore di "Non è mai troppo tardi", una trasmissione televisiva che insegnava a leggere e scrivere, con tanto di lavagna, gessetti, vocali, consonanti ben scandite. Andò in onda dal 1960 al 1968, insegnò a circa mezzo milione di cittadini a scrivere e leggere in italiano. Era un altro mondo, con un tasso d'analfabetismo ancora elevato e la televisione contribuì fortemente a unificare un Paese, ancora frammentato in molti dialetti, in unica lingua. 

Il calcio era uno sport popolare, non solo nel senso che destava forti, vaste passioni, ma anche perché molti calciatori avevano fatto a mala pena le elementari e molti allenatori parlavano spesso in dialetto. Urlavano ordini, imprecavano, praticavano una specie di disciplina militare. Sudare, pedalare, ubbidire. Intelligenza poca, comprensione, assimilazione tattica anche. E italiano poco, pochissimo. Il leggendario Rocco incarnava bene il calcio dell'Italia di allora, non solo per il celebre catenaccio del Padova, ma per la sua ruvida e paternalistica bonarietà, che impose anche nella grande Milano. Di geni, in mezzo al campo - diceva - ne basta uno, tutti gli altri randella tori o corridori, "poi un mona che la mette dentro". Di Liedholm non sopportava una cosa: "Quel mona del Baron, con lui me toca sempre parlar italiano". 

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Calciatori e allenatori "dialettali" in serie  A non ne esistono più. La globalizzazione impera, si parlano più lingue e linguaggi che spesso confluiscono in una specie di Babele comunicativa, ma l'idea che il calcio sia soprattutto disciplina di stampo militaresco e un mondo senza fronzoli alligna ancora. 

Quando Allegri arrivò alla Juve volle rimarcare che lui, a differenza del suo predecessore (Conte), credeva nel dialogo; viceversa Gattuso ha fatto capire che giocatori viziati, che fanno troppe domande e non corrono in allenamento, non saranno tollerati. Anche Sarri, con i suoi droni e le gli schemi giornalieri, lasciò intendere, a proposito di un Mancini troppo elegante e azzimato, che il calcio non è fatto per i "finocchi". Troppa raffinatezza non gli stava bene, ma nelle interviste non si è mai dimenticato di citare John Fante come suo autore preferito. Non saremo all'altezza di Tabarez che citava Borges a memoria e domandava se Pavese fosse mai andato allo stadio a vedere il Toro o la Juve, ma insomma il calcio non è più solo ringhio, urlo, comando. 

Gli allenatori non sono più sergenti dei Marines. Basta vedere Giampaolo che legge "La fine della storia" di Luis Sepuvelda, il quale, gratificato, prontamente lo ringrazia. Si può essere determinati e colti, duttili e rigorosi, severi e comprensivi anche nel calcio. Rocco ci piaceva eccome, ma ormai è lontano.