Forse è troppo presto per dire se il Napoli sia tornato e, soprattutto, se sia fuori dalla crisi. Ma di certo si può scrivere che è di nuovo la capolista (nessuno può raggiungerlo in questo turno) e che quel ruolo gli si addice. E gli si addice perché -. secondo DNA della squadra - è tornato il gioco ed è tornato il risultato. Invece per 70 minuti è rimasto in panchina Insigne che evidentemente non può essere già guarito dalla pubalgia nel giro di due settimane (è una patologia fastidiosa, ricorrente e, soprattutto, di lunga durata), però nel suo ruolo sta cominciando ad integrarsi Zielinski che non è un esterno e non lo sarà mai. Tuttavia è aiutato dal gioco di Sarri che esalta chi sa muoversi con e per la squadra.

Contro il Toro, il Napoli ha chiuso la pratica in mezz’ora (4’ Koulibaly da calcio d’angolo, Zielinski al 25’ e Hamsik al 30’) e nella ripresa avrebbe potuto segnare almeno altri tre gol. Il Torino aveva vinto a Roma, ma contro una Lazio in dieci e con un rigore a favore dei biancocelesti che l’arbitro inspiegabilmente non ha sanzionato. Mi sbaglierò, ma il Napoli ha fatto bene all’Olimpico soprattutto perché in questa settimana ha potuto lavorare in serenità senza avere impegni agonistici che avrebbero aggravato lo stato psico-fisico dei giocatori. Di più: Sarri ha potuto lavorare sulla testa - responsabilità, convinzione, autostima - in quel circuito virtuoso che conduce i calciatori oltre la paura e le incertezze di non essere più uguali a prima.

Dicevo che si è rivisto il gioco e si è rivisto il risultato, questo dovrebbe dire tutto. Invece una piccola riserva me la tengo ancora. Il Napoli, infatti, è tornato al gol, dopo due partite in bianco, su calcio da fermo e all’alba della partita. Nessuno nega che si possa segnare anche così (schema con palla allungata da Allan per Koulibaly), ma è probabile che le sicurezze del Napoli siano tornate solo dopo quel gol, come se la segnatura avesse riaperto la porta ad una ventata d’aria pulita che non trovava il modo di entrare. Poi è stato il Napoli bello e incisivo di sempre, la squadra che costruisce con il maggior numero di passaggi e va a bersaglio al culmine di azioni che rasentano la perfezione. Ciò è accaduto soprattutto nella ripresa, quando Allan sarebbe voluto entrare da solo in porta (salvataggio prodigioso di Molinaro in scivolata), Mertens si è tirato la palla sui piedi dopo uno straordinario spunto di Allan e, soprattutto, quando Insigne ha servito Callejon e lo spagnolo ha fatto sponda di destro per Mertens, impappinatosi davanti alla porta. Azioni, triangolazioni, combinazioni assai belle, ma prive della sua logica conseguenza (il gol). Credo che all’ennesimo spreco anche Sarri si sia arrabbiato. Al contrario la prima mezz’ora è stata concreta ed essenziale. Il grande ispiratore è stato Jorginho che prima di lanciare nello spazio Zielinski (errore di posizione di De Silvestri) e Mertens (assist per Hamsik), aveva messo il belga davanti a Sirigu (conclusione in diagonale, fuori).

Il Torino ha tirato in porta due volte. Nella prima Belotti, che non segnava da otto partite, ha colto Reina impreparato e ha accorciato. Nella seconda Iago avrebbe potuto far meglio (parata di Reina). La prestazione di Ljajic, entrato all’inzio della ripresa, ha rasentato il grottesco. Poco prima dell’ultima sostituzione di Mihajlovic, il giocatore serbo ha sentito un muscolo tirare. L’allenatore se ne è accorto e gli ha chiesto se ce la facesse. Ottenuta risposta affermativa, Mihajlovic ha provveduto alla sostituzione. Peccato che neanche un minuto dopo, Ljajic abbia capito di non poter proseguire, lasciando il Toro in dieci. Ora, come sa chi mi legge e ascolta, io non ho una grande considerazione di MIhajlovic, soprattutto quando scarica su altri (giocatori, arbitro, staff) colpe che dovrebbe assumersi. In questo caso, però, ha tutto il diritto di prendersela con il suo connazionale e di chiedergli maggiore professionalità.