L'Inter batte 5 a 0 il Chievo in casa e brinda a Champagne (o Franciacorta). I giornali, gli addetti ai lavori, i siti la esaltano: "È tornata prima in classifica!", "Inter, non sbagli un colpo" e via così. La Juve ha vinto 6 a 2 a Udine e negli spogliatoi acqua minerale o the, magari una miscela con un po' di Earl Grey per dargli più profumo. La differenza tra le squadre, oltre ai 2 punti in classifica, è ben descritta da quest'episodio. La Juve deve dare sempre il massimo: non basta vincere, bisogna soprattutto convincere. Perde due partite che, diciamo la verità, avrebbe meritato di pareggiare ed ecco che risulta già "in crisi". 

L'Inter se rimedia vittorie a fatica o pareggia in extremis è "una squadra quadrata, che bada al risultato". Lo stesso si può dire del Napoli, quasi sempre "squadra stellare" che, quando rimedia una vittoria come quella contro l'Udinese non è appannata, ma "finalmente è capace di soffrire". Allegri e la sua Juve sono marchiati  da questa maledizione: non basta vincere tre scudetti di fila , arrivare in finale di Champions ecc. In parte si capisce: dai bianconeri, eterni favoriti, ci si aspetta sempre il meglio. Se inciampano fanno notizia, se stravincono no. Il Napoli estetico, invece, va compreso, incoraggiato, ammirato; così come l'Inter, da troppo tempo galleggiante nel mare della mediocrità. A confondere le acque ci si è messo un mercato juventino ardito o cervellotico (dipende dalla prospettiva che si sceglie). Le cessioni eccellenti in difesa, l'arrivo di De Sciglio accolto da uno scetticismo disperato, l'anagrafe inflessibile di Barzagli e Chiellini si sono sposate all'acquisto di eccellenti doppioni come Douglas Costa e Bernardeschi, a danno del centrocampo, che, in teoria, è stato sacrificato. A Matuidi non si poteva chiedere di far reparto da solo. 

Insomma delle tre in testa, la Juventus appare all'opinione pubblica la squadra più squilibrata. Ma anche tra i suoi tifosi si contano due partiti ben distinti, pronti dopo ogni partita a confronti serrati. Sono i pro o i contro Allegri. Questo perché, diciamolo francamente, quel che si ha non basta mai. E forse si tratta dello spirito giusto. Ma ce li vedete i tifosi del Napoli contestare Sarri, o quelli dell'Inter lamentarsi di Spalletti? Vengono da tempi se non bui, grigi e nella nebbia gli sprazzi di sole sono vissuti come una benedizione. A Torino, invece, l'ombra d'una nuvola diventa l'anticamera della tenebra.

Sempre, con l'allenatore labronico,  la fisionomia della Juventus è divenuta cangiante. Vuoi per acume tattico, per necessità o per caso, Allegri ha disegnato una squadra camaleontica. Resiliente, direbbero i fisici o gli psicologi, capace cioè di adattarsi alle difficoltà che incontra con grande duttilità e di cambiare, ogni volta,  l'assetto. Può divenire umile o aggressiva, avveduta o coraggiosa. Le partite col  Barcellona (in casa), col Crotone e col Napoli lo hanno confermato. Insomma, la Juve sa essere smagliante e mediocre. Conviene sia per i suoi tifosi, sia per i suoi avversari, non sottolineare troppo uno dei due aspetti. Forse proprio in quest'ambivalenza sta la sua forza.