Non solo il calcio come spettacolo o business, ma anche il calcio come riscatto sociale. Quante volte abbiamo sentito parlare di questo connubio col rischio di farlo diventare retorico? Eppure mai come ora il calcio come gioco che aggrega, riunisce e trasmette indirettamente messaggi di collaborazione reciproca è importante. Dalle favelas sudamericane e argentine, il gioco del pallone “marginale”, quello per strada, s’è spostato in Europa. In Francia, Belgio,  Russia.

Migliaia di ragazzi (molti figli di immigrati) riempiono i campetti delle banlieue parigine, evitando in questo modo di perdere tempo e di perdersi. Il segreto è semplice, si è creato spontaneamente. Campetti di cemento, invece dei più costosi e complicati campi in erba, disseminati fra i casermoni, vicino a parcheggi, dietro le scuole e una spontaneità regolata, se così si può dire. I ragazzi non vanno alla scuola calcio (non se la potrebbero permettere) non hanno divise o scarpini di marca. Arrivano ai campetti alla spicciolata e lì cominciano a giocare (6 contro 6 o anche in numero maggiore). I palloni sono preziosi. Spesso iniziano da soli, ma poi arriva un volontario adulto che  fa l’arbitro e dà loro qualche consiglio. Così, giorno dopo giorno migliaia di ragazzini cominciano a giocare nello stretto, impadronendosi di quel famoso “tocco da strada” che, un tempo, rendeva leggendari i brasiliani.

Pogba, Mbappe, Martial, Matuidi son venuti fuori così. Già 10 anni fa Wenger, da una vita all’Arsenal ma profondo conoscitore del calcio francese, dichiarò che la regione dell’Ile de France si poteva paragonare per il calcio a quella di San Paolo, in Brasile. Anche Thuram, Henry e Vieira provenivano dalle periferie di Parigi. Quando era ancora alla Juventus, Pogba, in un’intervista espresse il concetto chiave: “Nelle banlieue c’è solo il calcio, per questo nascono così tanti talenti. Tutti lì, a scuola, fra i palazzi, giocano a pallone. E’ l’unica vera alternativa allo starsene in giro tutto il giorno a non far niente, o a fare stupidate, che poi sono l’inizio di altri problemi”. Il calcio si coniuga, dunque, alla povertà di una popolazione per lo più di origini africane e diventa lo sport, l’unico sport, d’un’intera fetta sociale. Zidane è l’idolo di questa vicenda. Ballons sur bitume (in italiano asfalto e pallone) è un documentario di circa 50 minuti andato in onda su Netflix , e di cui parla in un bell’ articolo su “Il Post” di Pietro Cabrio, che racconta l’avventura del calcio per strada in Francia.

Un calcio alla base anche della grande stagione che sta attraversando la nazionale belga. Anversa, le sue periferie, i campi in cemento sono stati la palestra di Nainggolan, Dembelé e i fratelli Lukaku. La stessa cosa avviene in Russia con le korobka, campi in cemento (alcuni riconvertiti dall’ Hockey) in cui i ragazzini cominciano a giocare tra di loro.

Un paesaggio e un calcio diverso da quello italiano, in cui la spontaneità e la disseminazione di spazi poveri, ma vivi, in cui giocare latitano. In una grande città come Roma, nelle zone del Grande Raccordo Anulare è molto raro vedere ragazzini che giocano a pallone. Quasi non esistono campetti di cemento e i luoghi di aggregazione sono deserti. Qualche padre col figlio, la domenica nei parchi o sotto gli antichi acquedotti, ma chi vuole giocare viene irreggimentato, con la sua divisa d’ordinanza, gli orari, i campi regolamentari, i mister, gli allenamenti previsti in un calendario ferreo. Lo spirito del gioco svanisce quasi subito a scapito di un impegno che sembra già professionale, gestito subito dall’alto, dagli adulti, con un innegabile distinzione economica e sociale.

E i sogni dei genitori di vedere già un Totti, un Nesta a sei anni, spesso diventano un incubo per un ragazzino che, a quell’età, vorrebbe solo giocare.