Facciamo un giro nel futuro. Qui non si tratta di giocare al fantamercato, più semplicemente ci limitiamo a cogliere piccoli segnali che questa estate sta seminando. Lo sappiamo: il calcio è una giostra, per ogni panchina c’è un giro giusto e solo quello. Nessuno di noi può dire tra un anno cosa succederà. Quindi perdonateci, ma siamo qui a osare: Simone Inzaghi finirà ad allenare la Juventus. E’ lui il dopo-Allegri. Non solo perché l’ha battuto nella finale di Supercoppa. Non solo per la lezione di calcio che gli ha dato. Inzaghi ha il profilo giusto, è “tagliato” per la Juventus, non fosse cresciuto altrove (la Lazio è casa sua ormai da diciotto anni: arrivò nel 1999 e salvo un paio di andate/ritorni rapidissime, Atalanta e Sampdoria, è sempre rimasto lì) ha tutte le caratteristiche per sembrare “fatto in casa”, cioè a Torino. Sa di calcio, l’ha vissuto ad alti livelli da buon giocatore quale è stato, ha personalità, ha rispetto della storia personale dei suoi veterani, ma non si fa problemi a lanciare i giovani, per farsi rispettare non gli serve alzare la voce, ha gestito i casi complicati con scelte decise (vedi Keita), ha ammorbidito gli spigoli di un presidente-padrone come Lotito, ha riconquistato una piazza in tumulto da anni come quella laziale, sta dimostrando in sostanza quell’umiltà che non è di facciata, ma è il terreno su cui cresce la consapevolezza di sé: e Inzaghino sa di essere (molto) bravo.

Lo sa, e su questo terreno sta costruendo la sua carriera. E’ un uomo solido, lo è perché riconosce le fragilità, sue e degli altri. Per tutti questi motivi - e ovviamente per il suo spessore di allenatore - Inzaghi porta in dote le qualità per essere l’uomo della ripartenza bianconera. Perché - prima o poi - il ciclo della Juventus di Allegri finirà. Magari non subito, magari ci sarà un colpo di coda; ma finirà, è nella logica delle cose. Oggi, a 41 anni, con alle spalle un solo vero campionato, Inzaghino si sta rivelando il miglior allenatore della sua generazione. Questa stagione alla Lazio, se saprà sfruttarla, gli farà fare il salto di qualità definitivo.

A quasi quarant’anni di distanza, il percorso professionale di Simone Inzaghi ricorda - pari pari - quello che ebbe a suo tempo Giovanni Trapattoni,
che a metà degli anni ’70 si trovò catapultato sulla panchina rossonera per una stagione (del Milan il Trap era stato una colonna…) e l’anno successivo - era il 1976 - venne scelto giovanissimo (aveva 37 anni) da Gianni Agnelli e Giampiero Boniperti per aprire un ciclo in casa bianconera. A Inzaghino può succedere la stessa storia. Perché ci sono fidanzamenti-matrimoni che sembrano scritti. Quello tra Simone Inzaghi e la Juventus è uno di questi.