Nei giorni di Neymar che hanno deflagrato il mercato, si è parlato di mancanza di storia e dell’impero del denaro. E’ il vecchio calcio che s’infuria, scatenando una forte polemica contro il nuovo. Una polemica basata sulla mancanza di cultura sportiva e di carisma dei nuovi proprietari di molte società, arabi e cinesi in particolare. I 222 milioni spesi per il fuoriclasse brasiliano hanno allarmato persino la Liga e  la reale Federazione spagnola. Il motivo è semplice e al tempo stesso pericoloso: la fine dei rapporti tecnici tra le squadre e l’avvento di una gestione societaria che produce affarismo, uccidendo il gioco.

Un dato storico, questo, simboleggiato dall’idea dell’egoismo personale, come suggeriva pochi giorni fa Dani Alves al suo connazionale, che impera e spadroneggia per via anche della crisi dei grandi modelli giovanili di costruzione dei giocatori del domani. Il tutto a significare come la globalizzazione nel calcio stia offuscando i vecchi miti nazionali del pallone. Se il Barcellona sta rivedendo l’intera Masia, se il Real Madrid sta ridisegnando i quadri per una più efficiente Casa Blanca giovanile anche il modello Ajax, forse il più grande del mondo, attraversa una fase storica di pochi pro e diversi contro. L’idea centrale degli olandesi di Amsterdam è sempre quella della ricerca del talento e della sua costante maturazione tecnica, tattica e caratteriale. Una struttura che ancora si muove in modo coordinato e organizzato ma che negli ultimi 25 anni ha cambiato in parte filosofia introducendo con forza il concetto che i giocatori si formano, si costruiscono tecnicamente e poi si rivendono a cifre straordinarie

E’ il risultato della mentalità e del lavoro della commissione Coronel, il new deal nato storto che tentò di rispondere alla rivoluzione Bosman del 1996, senza un’identità ben delineata e lungimirante e per di più con la sola conseguenza di creare un deprezzamento qualitativo del modello giovanile dell’Ajax. Un sacrilegio intollerabile per una scuola che aveva fatto dell’iniziale visione programmatica di Michels negli anni ’70 e poi della sua riedizione con Cruijff alla direzione tecnica del club nella metà degli anni ’80, il suo indistinguibile marchio di fabbrica da esportare in tutto il continente europeo del pallone. Come si costruisce un giocatore, come lo si forma, come se ne cura la crescita non solo tecnica ma caratteriale erano tutti fondamenti dei Lancieri. Tutti a scuola a studiare verità e scienza fusi assieme. 

Il primo contro di questo modello è stato quello di averlo contaminato adattandolo al calcio di tempi solo danarosi. Un’operazione in grado di tener conto del mercato certo ma anche una manovra di allontanamento dalla propria storia e identità. Il secondo fu la lotta interna tra Cruijff, o meglio le idee che il profeta del gol aveva lasciato in seno al club, e il nuovo corso di van Gaal . Dal TIPS (Tecnica, visione di gioco, personalità, velocità) al metodo didattico progressivo. E se questo sistema venne esaltato in prima squadra dai ragazzi del ’92, i Blind e i Davids, i gemelli de Boer e Bergkamp, alla lunga unito al Coronel non ha prodotto più grossi talenti per vent’anni, quelli appunto della crisi interna ed internazionale. Due situazioni che anche oggi, in parte, si ripresentano come cause scatenanti della minor produzione di talenti, anche se la speranza Dolberg accende una rinnovata luce nel cuore dell’Amsterdamsche Jong football club un tempo il più grande settore giovanile del mondo. Un tempio in grado di lanciare talenti che sarebbero diventati poi campioni di tutto nell’Europa della cortina di ferro targata anni ’70.

Oggi il calcio degli scouting fondati sullo Skill Box di cui si dota l’Ajax è più legato a continuii monitoraggi, a schede, a una scienza che seziona anziché infondere i principi di Cruijff. Quelli che vanno dal tocco di palla, all’idea di dominare il gioco e il pallone, allo scatto per essere già lì, fino al passaggio. Non più la carriera aperta all’estro ma una maggior robotica e un minor umanesimo, il tutto in linea con l’affarismo e il poco tempo di oggi. Certo, ancora rimangono i pro di una scuola che ha fatto e fa in ogni caso epoca e giurisprudenza. Citandoli, diremmo la capacità di fondere universalità e specializzazione nei ruoli dei giocatori (un concetto il primo che da noi fa inorridire) e poi anche la formazione del carattere attraverso regole precise che non soffochino la fantasia però, passando per una tecnica di allenamento incentrata sul raggiungimento quotidiano di obiettivi di gioco, in grado di non rendere stereotipato un allenamento. Così anche la centralità sull’importanza essenziale dell’attività motoria nei bambini sin dai primi calci. Un sistema che stanno elaborando anche settori giovanili italiani fortissimi come quello dell’Empoli.

Ancora fondativi per questo modello i vari pro che abbiamo visto, anche se  il reclutamento nelle sole circoscrizioni cittadine rappresenta un limite per lo sviluppo totale e aperto del modello Ajax. Un discorso però quello del regionalismo giovanile lungo e ben presente anche nella storia dei settori italiani e perché così diffuso nel calcio a più latitudini da non considerare dentro la schiera dei contro. Il Modello Ajax viene chiamato De Toekomost che significa “futuro”. Ecco, se l’Ajax ritroverà appieno le sue basi fondative riportando in Europa non solo giocatori ma tanti campioni, allora questo potrebbe tornare a essere il futuro del pallone non solo nord europeo, ma internazionale. Un futuro che torni al miglior passato per abbattere i mercanti del grande affarismo e delle zero vittorie.

@MQuaglini