E adesso che il disastro è avvenuto, provate a immaginare quale sarebbe stato oggi il clima della nazione calcistica se le cose fossero andate diversamente. Se, cioè, l'Italia avesse rispettato il pronostico che nessuno osava mettere in discussione ("Non si può non andare ai Mondiali") e avesse battuto nel doppio confronto una Svezia tosta e nulla più.

Vi trovereste innanzi le narrazioni e le auto-rappresentazioni di sempre. Quella sulla nazionale che nelle circostanze estreme riesce sempre a farcela, quella sul talento dei nostri eroi che alla fine la spunta, quella sull'eccesso di disfattismo che alla vigilia rischiava di mandare in aria il raggiungimento dell'obiettivo. Tutte queste, e molte altre che ciascun lettore potrebbe aggiungere a piacimento, sarebbero le varianti sul tema dell'inesauribile grandezza calcistica italiana, uno status internazionalmente riconosciuto e confermato da un dato incontrovertibile: da sessant'anni a questa parte la nostra rappresentativa non rimane fuori dal grande show dei mondiali, un esito che soltanto Brasile e Germania possono vantare.

E a margine di questo spirito ringalluzzito ci sarebbe stato spazio per le rivincite. In primis quella di Giampiero Ventura, che alla vigilia del match di ritorno contro gli svedesi s'era portato avanti col lavoro lamentando l'eccessività di certe critiche nei suoi confronti.

Invece le cose sono andate come sono andate, e adesso il clima è quello dello shock epocale. Di cui lo stesso Ventura, evidentemente, non avvertiva l'approssimarsi. Se davvero fosse stato consapevole del danno irreversibile che veniva a maturare, sarebbe stato completamente con la testa alla partita di ieri sera, elettrizzato dalla paura fottuta di passare alla storia come il CT che ha firmato lo sfascio supremo. Ma al pari di quest'uomo così inadeguato al compito, bisogna che tutti quanti si prenda consapevolezza della realtà.

Ossia, che il calcio italiano è in stato fallimentare, sotto ogni punto di vista. E che al fallimento si sia contribuito tutti quanti, ciascuno per il proprio pezzetto, alimentando l'illusione che fossimo ancora grandi. In realtà non lo siamo più da un decennio. Ma abbiamo continuato a bruciare dentro una superbia assolutamente mal riposta, e non prendendo consapevolezza dei limiti che crescevano abbiamo perseverato a dissipare risorse vitali. Una scuola calcistica, ormai sperperata. Un sistema di base fondato sui club della vasta provincia italiana, che da un'estate all'altra vengono sterminati a decine come fosse in atto un'epidemia. E una classe dirigente mai così insulsa e screditata: leghe commissariate senza posa, e una federazione che produce un presidente federale di cui all'estero si ride, e che se deve esprimere un vicepresidente Uefa o un consigliere Fifa sceglie dirigenti men che mediocri come Michele Uva ("l'efficentatore", come lo chiamano prendendolo per i fondelli nei corridoi del Centro Tecnico di Coverciano) o personaggi senza un perché come Evelina Christillin.

Questa è la durissima realtà di cui siamo tutti consapevoli da anni. Ma tale realtà sarebbe rimasta ancora un elemento di sfondo se la nazionale avesse fatto quello che ha fatto in oltre mezzo secolo di storia: approdare alla fase finale dei mondiali. Ancora una volta sarebbe passato tutto in cavalleria, e pazienza se la campagna di Russia avesse grandi probabilità di concludersi con la terza eliminazione immediata di fila. Ci sarebbe comunque stato il grande montaggio emotivo dato dall'appuntamento quadriennale a fare da distrazione di massa, e poi i dibattiti di sempre sulla malattia del sistema e sulle ricette per ripartire.

E invece, niente di tutto ciò. Perché Russia 2018 sarà per il nostro calcio un vuoto pneumatico, la rottura d'una continuità dalle conseguenze incalcolabili. Ce ne si comincerà a rendere conto fra qualche settimana, nel giorno dei sorteggi per i gironi di fase finale. Quando lo shock di non esserci verrà avvertiito in modo bruciante. E ancor più umiliante sarà attraversare i mesi di vigilia della kermesse facendo finta di niente, e pensando a un dopo intanto che altre nazionali si prepareranno per la festa e poi andranno a parteciparvi.

Qualcuno dirà che per l'Italia calcistica, ieri sera, sia partito l'Anno Zero. Dissento. Un Anno Zero c'era stato dopo la clamorosa eliminazione dalla fase a gironi di Germania Ovest 1974, e un altro Anno Zero si era avuto dopo l'eliminazione dalla fase a gironi di Sudafrica 2010. Stavolta siamo all'Anno Sottozero. Perché abbiamo bruciato anche quelle risorse che in occasione delle precedenti ripartenze era stato possibile utilizzare. A cominciare da un minimo di peso politico internazionale, che nei momenti decisivi faceva la differenza. E invece nelle gare contro la Svezia i due arbitri hanno sbagliato molto, ma dando sempre l'impressione d'essere equidistanti nell'errore. In altri tempi uno degli episodi da rigore accaduti ieri sera sarebbe stato sanzionato. Adesso non più. L'Italia viene trattata come una nazionale di seconda fascia, a dispetto di chi continuava a illudersi che gli organizzatori avrebbero fatto di tutto per averla ai Mondiali. Se non ci salviamo noi non ci salva nessuno. E la strada da fare sarà lunghissima.