Più che alla partita della vita per la nazionale azzurra, l'impressione è stata quella di aver assistito alla replica di un vecchio film western americano diretto da John Ford con gli indiani pellerossa che puntualmente vengono sterminati dai soldati blu guidati da John Wayne. Un finale purtroppo scontato al quale non è riuscita a porre rimedio neppure la grande onda provocata dai settantamila del Meazza i quali, francamente, hanno dato fondo a tutte le loro energie vocali ed emotive. 

Come sessant'anni fa e per la seconda volta nella storia del calcio internazionale e questa volta al Campionato del Mondo di Russia mancherà un ospite di grande eccellenza. A liquidarci è stata la Svezia, ovvero proprio quella nazione la cui squadra organizzò la manifestazione del 1958 alla quale non partecipammo e che riuscì ad arrivare sino alla finale di Stoccolma contro il Brasile dell'astro nascente Pelé. Piccoli sogni del destino, probabilmente. 

Anche allora la nostra nazionale era una squadra senza né capo e né coda. Diretta da un allenatore, Alfredo Foni, che non era un ct e composta da giocatori i quali in Italia erano considerati campioni a tutto tondo ma che, messi a confronto con il resto del mondo, mostravano di avere limiti e carenze caratteriali non indifferenti. Era, quell'armata azzurra un tantino brancaleonesca, il frutto di una politica calcistica improntata all'esterofilia più sfrenata. Proprio come quella che, da anni, governa le scelte delle nostre società contemporanee. Tanta voglia di immagine e pochissima sostanza progettuale soprattutto rispetto all'indispensabile attenzione verso i vivai e le scuole dalle quali dovrebbero avere il diritto di formarsi e di uscire i nostri giovani talenti. 

Ecco che, a fronte di questo gap, si tenta la scorciatoia degli oriundi, ovvero di quei calciatori che di italiano non hanno certamente il cuore ma soltanto un doppio passaporto o un bisnonno migrante. Oggi come allora. Ghiggia, Montuori, Schiaffino, Montuori tanto per rammentare. Fuoriclasse con la maglia azzurra addosso, ma non stampata sulla pelle. Eder e Jorginho. Piccoli idoli per le tifoserie dei club, ma anche loro appiccicati con lo sputo sul poster dell'Italia. Ovviamente le cause e le responsabilità dell'esclusione dal Mondiale non possono e non devono essere addossate tutte a loro. Ma è certamente curioso, se non significativo, che la presenza degli oriundi in nazionale vada puntualmente a coincidere con i momenti storici più orribili degli azzurri. 

Se a questo si aggiunge un'altra pagina di pessimo calcio internazionale dell'Italia che, pur accedendo al Mondiale in Cile nel 1962, se ne tornò a casa in fretta attesa dai tifosi armati di uova e pomodori e se si rammenta che a quella spedizione parteciparono in azzurro Sivori, Maschio, Altafini e Sormani allora evidentemente non è soltanto un fatto di casualità o di destino.