Dopo sessantaquattro anni di guerra fredda, con gli ultimi due caratterizzati dalla minaccia concreta di passare a vie di fatto, la Corea del Sud e la Corea del Nord tornano a stringersi la mano per suggellare un patto sportivo il quale potrebbe dare l’inizio ai lavori di demolizione del muro politico e sociale esistente tra i due Paesi abitati da popoli fratelli per sangue e per tradizioni. ​

Il summit diplomatico che si è svolto in queste ore a Seul riveste un’importanza capitale per ciò che riguarda l’opera di distensione internazionale e, quindi, la ricerca di una pace la quale sia veramente da considerarsi effettiva malgrado le differenti ideologie e le diverse strategie delle forze in campo.

Il fatto che a condurre verso questa risoluzione di intenti comuni sia stato ancora una volta lo sport e, in questo caso, le Olimpiadi invernali in programma per il prossimo mese di febbraio nella capitale Sudcoreana significa che, sin dai tempi degli antichi egizi e passando poi per la Grecia, la comprensione e l’attuazione della parola agonismo talvolta riesce ad essere più forte di quella dell’antagonismo.

Sarà così che, tra poco più di trenta giorni, le televisioni di tutto il mondo mostreranno in diretta la bellissima e consolante immagine degli atleti sud e nord coreani i quali, seppure sotto due bandiere, sfileranno insieme sostenuti, sugli spalti, da tifosi di entrambi i paesi nuovamente e finalmente ricompattati in un’unica identità, magari non politica ma certamente ispirata dalla fratellanza.

Non vi è e non vi sarà nulla di retorico in questo evento epocale, semmai la conferma del fatto che le barriere devono e possono venire abbattute con un minimo di buona volontà e di ragionevolezza. Per questo e sull’onda lunga della distensione coreana, sarebbe davvero magnifico oltreché auspicabile se il teorema “sport-pace” potesse invadere ed estendersi in tutti quei territori del mondo dove ancora si ergono vergognosi muri a testimoniare inciviltà, prevaricazione, violenza e stupidità umana. Uno fra tutti quella parte di Medio Oriente dove Israele continua a negare diritto di identità e di autonomia allo Stato di Palestina che il governo di Tel Aviv rifiuta di riconoscere come tale.

Se alle prossime Olimpiadi sfilassero tutti gli atleti del mondo con le bandiere di tutti i colori del mondo vorrebbe dire che sarebbe possibile annunciare non solo il trionfo dello sport ma quello di una umanità veramente nuova e finalmente guarita.